A proposito di social network

DI ANTONIO MARTONE

 

I social network consentono di autorappresentarci soltanto a patto di adeguarci alle regole del grande capo, l’algoritmo. In altre parole, essi ci permettono di costruire un’immagine di noi stessi, soltanto a condizione di smettere di essere noi stessi.

Il nuovo panopticon, il social/guardiano dei nostri tempi, ci invita con ogni blandizia nel recinto sacro della comunicazione senza comunità, riempiendoci di false promesse ed imponendoci (senza dircelo) un mutamento drastico del nostro modo di relazionarci e di interagire.

Dobbiamo essere capaci di esserci, certamente. Dobbiamo esserci il più possibile ma non dobbiamo approfondire: dobbiamo tifare senza confrontarci, sentenziare senza mai dubitare della certezza che ci possiede. Noi siamo assoluti! Dio è con noi e soltanto con noi e così pure il bene.

Gli altri sono dannati e se sono dannati possono ben andare all’inferno.
Il sistema liberalcapitalista dominante sta utilizzando i social network come punta di diamante del proprio fronte politico contro le classi subalterne. Esso sa bene che, soltanto in questo modo, il dogma della frammentazione universale finalizzato all’imposizione dell’”immutabile niente” potrà funzionare.

I social mettono insieme i simili, facendo in modo che essi divengano sempre più simili fino a (non) apparire indistinguibili fra di loro.

L’omofilia così formata determina un struttura di massa che diviene elettrica quando tocca altre masse: si assiste allora alla “scarica”. Urla laceranti, per fortuna non ascoltabili, sopprimono con la forza bestiale del rumore, qualsiasi interlocuzione possibile. La shitstorm investe in pieno viso chiunque non faccia parte del gruppo omofilo.

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