Bambini e bugie: quando iniziano a dirle?

Le bugie dei bambini possono essere fonte di frustrazione, rabbia e talvolta preoccupazione da parte degli adulti. Ma siamo sicuri che si tratti sempre di vere e proprie bugie?

Per mentire bisogna essere in grado di farlo e quindi avere raggiunto alcune tappe dello sviluppo psicologico.

Affinché si possa mentire è necessario, innanzitutto, che si sappia distinguere tra pensiero e realtà, ossia tra realtà e immaginazione.

Possiamo accorgerci che il bambino sa fare parzialmente questa distinzione osservando il suo modo di giocare.

Intorno ai due anni è comune che il bambino usi una scatola come se fosse un lettino per le bambole o che faccia un banchetto con le verdure finte o immaginarie con i suoi pupazzi o con un adulto. Tuttavia, sebbene faccia giochi di finzione, non sa distinguere sempre in modo efficace la realtà dalla finzione: sa che la ciotola che sta usando come barchetta non lo è davvero, ma può non comprendere che il mostro che ha visto alla televisione siano finto o che non si possa volare per davvero.

Questa capacità ha bisogno di tempo per migliorare progressivamente.

Un altro requisito per potere mentire è che il bambino abbia sviluppato una teoria della mente, quella capacità di comprendere i propri stati mentali e quelli altrui (credenze, desideri, intenzioni, emozioni) che, nelle interazioni con gli altri, aiuta a spiegare e prevedere i loro comportamenti.

Un bambino piccolo non si rende conto che una persona che guarda una scena da un’altra posizione, la vede da una prospettiva diversa dalla sua, mentre grazie allo sviluppo della teoria della mente riuscirà a comprendere e a tenere conto del fatto che gli altri possono vedere e sapere cose diverse da se stessi. Anche questa capacità si sviluppa gradualmente e il gioco di finzione, tra l’altro, è uno dei suoi prerequisiti.

Per poter mentire con l’intenzione di manipolare la reazione dell’altro, quindi, il bambino deve sapere:

  • qual è la realtà;
  • che l’altra persona conoscerà i fatti per come gli verranno descritti;
  • che si possono comunicare fatti che non siano reali;
  • che si possono avere credenze che si basano su informazioni false;
  • che si sceglie come comportarsi sulla base delle informazioni che si hanno a disposizione, siano esse vere o false.

Si tratta di capacità complesse, che si sviluppano progressivamente durante l’infanzia e che si ritiene siano sufficientemente sviluppate per poter decidere di ingannare qualcuno intorno ai 4 anni.

Prima di questa età il bambino potrebbe non rendersi conto che ciò che dice non è vero (difficoltà a distinguere tra realtà e fantasia), che l’altra persona possa avere informazioni diverse dalle sue e che sia possibile manipolarle (teoria della mente).

Di conseguenza, quando abbiamo l’impressione che bambini più piccoli dicano delle piccole bugie, dobbiamo tenere conto del fatto che possano non esserne del tutto consapevoli.

Le bugie dei bambini più piccoli solitamente sono dei semplici “no” pronunciati al posto dei “si” alla domanda “sei stato tu a fare questo?”. In questi casi l’intenzione non è quella di ingannare l’altro o di negare la realtà, ma più probabilmente sono implicati una difficoltà a distinguere tra realtà e immaginazione, un tentativo di cambiare magicamente ciò che è accaduto, di esprimere un forte desiderio o di proteggersi e tutelare la relazione con l’altra persona (per non essere il bambino “cattivo”, per accontentare il genitore e non deluderlo).

Un bambino che ogni tanto nega un fatto o che racconta storie inverosimili può essere considerato fisiologico, dato che ha un tipo di pensiero in cui l’immaginazione ha un ruolo importante. Inoltre, le piccole bugie lo aiutano, come abbiamo visto, ad esprimere bisogni, desideri e a proteggersi.

Come per altri aspetti dello sviluppo psicologico, il buon esempio da parte degli adulti è piuttosto utile per aiutare il bambino a trovare, gradualmente, altri modi di esprimere le sue esigenze e cercare di ottenere ciò di cui ha bisogno (vedi articolo: Perché è importante dare il buon esempio ai propri figli?)

*Testo e immagine tratto da Nadia Piras Psicologo