Bullismo, essere amore non perfezione. Storia di una margherita che amava così come sapeva

DI ELISABETTA DE MICHELE

MARGHERITA
“Amava,
così come sapeva.
E il sapere si apprende”

Ancora una volta Michele si ritrovava a calpestare furiosamente il prato dei giardini di fronte a scuola. Aveva iniziato da poco la prima media, ma ne era stanco quasi come fosse già giugno, e non era per i compiti, lo studio o i professori, ma per altro… mentre prendeva a calci l’erba e i sassi per sfogare la sua rabbia, la spallina dello zaino si ruppe definitivamente; era ormai da settimane su per uno sputo, troppe volte strattonata da mani giovani e irrequiete che volevano lanciare via lo zaino del ragazzo per avere un più agile accesso a violenza corporea e umiliazioni.

Michele lo lasciò cadere, calciandolo via, e si lasciò poi a sua volta cadere accasciato in un pianto a dirotto. Una margherita volò via insieme allo zaino, colpita per sbaglio durante l’impeto. Una piccola ombra si avvicinò e prese parola: “Domandale scusa” disse a Michele porgendogli il fiore. Era un ragazzo più o meno della sua età, con un grosso cappello che gli copriva praticamente tutto il volto. Gli allungò anche l’altra mano in segno di aiuto per rialzarsi, e Michele istintivamente l’afferrò e si mise alla stessa altezza dello sconosciuto. “Domandare scusa a una margherita? Sei davvero un tipo strano”

“Le hai dato un calcio”, sentenziò il ragazzo col cappello
“Si trovava sulla mia traiettoria”
“Capita spesso; siamo braccia di strade che si ritrovano in crocevia”
“Che vuoi da me? Se serve a farti andare via va bene, dammi quel dannato fiore e mi scuserò, così poi potrò tornare in santa pace al mio dolore”
“Puoi parlarne con lei”
“Lei chi?”
“La margherita”
“Sei davvero toccato amico, lo sai?”
“Se ne intende dell’amore; del resto, quando si fa m’ama non m’ama…”
“Non dire quella parola”, lo interruppe con veemenza Michele; “non dirla, perché in questa storia l’amore non centra nulla; anzi…”
“Oh l’amore centra sempre.

Se ci pensi bene”
“Forse hai ragione! Probabilmente il Mostro ama troppo sé stesso”
“Amare troppo non esiste”
“Ti sbagli: spesso si fanno errori per il troppo amore, lo dicono i film e i fatti di cronaca”
“Quello non è amore. È possessione. Come si chiama?”
“Cosa?”
“Non cosa, chi. Il ragazzo che tu chiami il Mostro”
“Luigi”
“Luigi non si ama troppo”
“Allora forse non si è mai amato”
“Impossibile. L’amore è la vita. E noi siamo vita”
“La soluzione quindi è una sola: ha smesso di amarsi”
“Come la maggior parte di noi, penso che Luigi abbia disimparato ad amarsi e quindi ad amare, per imparare invece un modo di essere, anzi, precisamente di non-essere, nocivo. Lui ora ama come sa”
“Bisogna saper amare?”
“Bisogna sapere d’amare. Di essere amore”
“Io comunque credo di saper amare”
“Hai preso a calci chi si trovava sulla tua traiettoria. Non è quello che fa un mostro?”

“In effetti è la stessa cosa che fa lui”
“Forse Luigi ha dentro una sofferenza, come tu hai la tua; non credi?”
“Hai ragione, potrebbe essere…e nel crocevia non si accorge della piccola margherita, che in questo caso sarei io…però a me sembra proprio che se ne accorga”
“A volte non ci si accorge, altre volte ci si accorge ma in minima parte, con il paraocchi della cattiva rieducazione ricevuta che ci fa disimparare.

Quando ci si accorge completamente di solito è tardi, non resta che chiedere scusa”
“E quando avviene questa cosa del disimparare? E chi è il colpevole di questa cattiva rieducazione?”
“Avviene mentre cresciamo. Si dice ‘imparare a stare al mondo’ ma in realtà è un disimparare. Impariamo ad essere egoisti anziché amorevoli. Ci sono regole, convenzioni perpetrate che ci allontanano dal nostro vero essere, che è amore puro.

E noi lo sporchiamo, con modelli comportamentali errati, con una falsa e materiale perfezione da perseguire che ci dà solo rabbia e frustrazione”
“Che noi poi riversiamo sugli altri”
“Vedo che hai compreso. Posso andare ora. Sii cosciente”
“Farò il bravo d’ora in poi”
“Non dirlo mai, fa parte della rieducazione. “Se non fai così non sei bravo” questa è la frase forse peggiore; essere bravi è il nostro miraggio, è la nostra perfezione irraggiungibile di bambini; se non siamo perfetti, non siamo degni di essere amati e quindi di amare.

Non ci rendiamo conto che la vera perfezione è invece proprio l’essere amore. Pretendiamo invece una falsa perfezione da noi stessi e dagli altri. Addio Michele”
“Te ne vai via così? Non so nemmeno il tuo nome…”
“Luigi”, disse voltandosi. Si sfilò il cappello; era proprio lui: il Mostro, con uno sguardo diverso. Completamente diverso. Era lui se fosse stato il vero lui: Perfetto; Amore in essere”.

Immagine tratta dal web pixbay