Ciao Lino Capolicchio, attore garbato del cinema italiano

DI GIOVANNI BOGANI

Mamma mia, anche Lino Capolicchio. Lo avevo cercato al telefono, non molto tempo fa. Mi aveva risposto, garbato. Aveva appena scritto un libro. Mi ha raccontato la sua vita, per frasi, per ricordi, per volti, per titoli di film.

E ora se ne è andato, anche lui.

Metto qui sotto quello che venne fuori da quella conversazione, un pomeriggio, qui da questo stesso tavolino di cucina in cui è rimasta incastrata la mia vita. E che qualche volta ha trovato, dall’altra parte di un telefono, inattese luci.

Il cinema, il teatro, la passione per la lirica. I ricordi. Gli incontri con i grandissimi: da Orson Welles a De Sica, con cui girò “Il giardino dei Finzi Contini”, e per il quale ha vinto il David di Donatello. L’incontro con Strehler, la travolgente passione per il teatro. Le donne. La storia di un ragazzo dal volto nordico, uno sguardo azzurro dentro il teatro, e il cinema, italiani. Lino Capolicchio.

La voce è appassionata, vivace, garbata. Lino Capolicchio si racconta, racconta anche i drammi della sua vita. Come quell’incidente d’auto spaventoso che per poco non ne fermò l’esistenza, e quel copione di “Profondo rosso” intriso di sangue, vero. Lino Capolicchio ha affidato i suoi ricordi ad un libro, “D’amore si muore”, uscito pochi giorni fa per Rubbettino editore, con la collaborazione del Centro sperimentale di cinematografia. In pratica, il film della sua vita. Gli abbiamo chiesto di ripercorrerne alcuni fotogrammi.

Capolicchio, lei è nato a Merano. Occhi azzurri, capelli biondi: non il tipico aspetto italiano. È stato un privilegio o una condanna?
“Ancora adesso non lo so: i fratelli Taviani mi dissero ‘lei sembra un attore inglese’, e mille volte mi hanno detto ‘lei sembra tedesco’, ‘sembra russo’. Anche per questo, io non sono mai appartenuto alla commedia all’italiana, che si è costruita attorno alle maschere: il siciliano, il romano, il napoletano. E anche a teatro, ho interpretato più testi stranieri che Goldoni e Pirandello. Ma va bene così. Sono stato molto fortunato: a vent’anni lavoravo con Giorgio Strehler. È stato come attraversare il fuoco. Dopo, niente poteva farmi paura!”.

Ricorda il primo incontro con il cinema, con la magia dello schermo?
“Fu in un piccolo cinema di Merano che si chiamava Stella: era l’incontro con Tarzan. Con uno dei film di Tarzan interpretati da Johnny Weissmuller, in un piccolo cinema di Merano. Vivevo tutte le sue avventure come se ne fossi io il protagonista: e alla fine mi sentivo spossato, esausto di fatica! Tarzan era come una calamita che mi risucchiava”.

Il cinema fu la prima passione?
“Fu la musica. Da bambino uscivo a volte dalla messa piangendo, nello stupore di mamma: le spiegavo che erano state le note dell’organo a commuovermi. Più tardi mi innamorai di Paoli, Endrigo e Gaber. Ma nel frattempo era arrivato il teatro”.

Il teatro fu l’incontro con Giorgio Strehler.
“Venne a vedere uno spettacolo in cui recitavo, e poi mi invitò nella sede storica del Piccolo di Milano. Il cuore mi batteva così forte che pensai di aver bussato: invece erano i battiti nel petto. Mi disse che ero un attore modernissimo, che si aspettava molto da me, che non voleva rimanere deluso. Mi proposte di fare ‘Le baruffe chiozzotte’ di Goldoni come riserva di Corrado Pani. Iniziò tutto così. Poi mi toccò sostituire Pani. Era il 1964: in me esplose una bomba. Mi preparavo ad accogliere il mio destino”.

Lei è stato amico anche di Fabrizio De André. Come andò?
“La sua moglie di allora, ‘Puni’, Enrica Rignon, era una mia fan. Andai a casa De André nel 1970. Fabrizio mi fece sentire in anteprima le canzoni che avrebbe inserito nel disco ‘Tutti morimmo a stento’. Fabrizio era straordinariamente modesto: pensava che le sue canzoni fossero banali, stupide. Diceva che solo con un bicchiere di vino buono era capace di scrivere qualcosa di decente. Dopo pranzo prese la chitarra e mi fece ascoltare bellissime canzoni francesi del periodo dei trovatori. La sua voce entrava dentro, ti rapiva. E alla fine mi fece sentire il pezzo che poi si sarebbe chiamato ‘Il lamento di Tito’, del suo disco ‘La buona novella’. Quando finisce, ho le lacrime. Gli dico che è una delle cose più belle che ho mai ascoltato”.

Le donne. Lei è stato adorato dalle donne: una sorta di sex symbol. Come ha vissuto questa cosa?
“Bisogna rimanere con i piedi per terra. Il successo, specialmente quel successo, può essere una droga, un veleno. Non devi perdere la rotta”.

La sera di quell’incidente. Che cosa successe?
“Ero a Roma, volevo vedere mio figlio che era nelle Marche. Insieme ad un’amica, siamo partiti dopo uno spettacolo. Pioveva. A una curva, un pazzo con una Ford Capri ci viene addosso. La mia amica in coma, io con un ginocchio spappolato. Dario Argento mi voleva per ‘Profondo rosso’, mi aveva dato il copione. Quando, mesi dopo, andammo a rivedere quell’auto distrutta, ritrovai sul sedile quel copione. Tutto sporco di sangue, sangue vero. Sembrava uscito da un film di Dario Argento!”.

Incontrò anche Pier Paolo Pasolini.
“Era il 1968. I suoi occhi erano come divorati da una febbre che non se ne andava via. Sembravano scrutare profondità sotterranee. Mi disse: lei ha un viso bellissimo, che esprime la decadenza della grande borghesia del Novecento”.

Pupi Avati. Il regista bolognese la ha eletta a suo alter ego…
“Sì: con lui ho fatto nove film, e in ‘Jazz band’ interpreto un personaggio in cui Avati ha disegnato se stesso, un ventenne che sogna di diventare clarinettista. Pupi stesso mi dette lezioni di clarino. Ho fatto con Pupi ‘La casa dalle finestre che ridono’. Pupi mi ha detto: ‘Tu hai rappresentato me stesso per un lungo periodo della vita. C’era una immedesimazione tale che mia madre ci confondeva, anzi una volta mi disse: avrei preferito Lino, perché è più bello!’. Naturalmente ci ridevo su: ma credo di essere entrato in contatto profondo con Pupi, con i suoi sogni, con la sua giovinezza”.

Il più grande rimpianto?
“Non aver lavorato con Fellini. Nel 1968 mi chiamò per interpretare ‘Satyricon’: aveva una mia foto appesa al muro, nell’ufficio della produzione. Mi chiese: ma lei è disposto ad andare in palestra? Sa, gran parte del film dovrà essere nudo. E io: sì, certo. Ma poi fu deciso che i protagonisti non fossero volti noti. E scelsero un attore poco conosciuto, un mio perfetto sossia. Fu un enorme dolore”.

Il regista più severo sul set?
“Vittorio De Sica. Poteva essere durissimo. Ma un giorno avvenne un miracolo. Dopo una scena particolarmente difficile, dopo dato lo ‘Stop!’, mentre io me ne andavo, sento dei passi dietro di me. Era lui, serio serio, che mi affrontò e mi disse: ‘Uagliò! Tu tieni talento’”.

Orson Welles lo incontrò?
“Avevo saputo che stava nel mio stesso albergo, mi decisi a importunarlo. Parlammo di opera lirica, mi parlò di sua madre, si commosse. Con un ragazzo a lui sconosciuto”.

Quali erano, e quali sono, le sue idee politiche?
“Non sono mai stato iscritto a nessun partito: e quindi, non ho padrini né padroni. Questo ha penalizzato la mia carriera, ne sono certo. Ma preferisco che sia andata così. Personalmente, ho sempre votato nell’area di una sinistra socialdemocratica”.

Il cinema italiano di oggi le piace? Quali autori la colpiscono?
“C’è un regista giovane, che mi sembra dotato di un talento non comune. È Edoardo De Angelis: ha diretto ‘Indivisibili’, un film ambientato a Castel Volturno, con le gemelle Fontana protagoniste. Ecco, lui mi sembra possedere uno sguardo originale e forte, innovativo”.

Come vede, oggi, la sua vita?
“E’ stata una tumultuosa cavalcata, scollata da tutto, dalle convenzioni. Cercando di essere me stesso sempre. Mi guardo indietro, e vedo le ombre dei tanti, troppi che non ci sono più. E di tanti miei colleghi bravi che non ce l’hanno fatta, che sono morti dentro a poco a poco. Perché allora non si vive più, si sopravvive. Nel ‘Tom Jones’ di Henry Fielding si dice: beato colui che alla fine della vita può dire: io ho vissuto’. Ecco, io posso dire che ho vissuto”.

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

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