Corky, la speranza di tornare a casa

DI MARINA M. CIANCONI

Le chiamano da sempre “Orche assassine” (in inglese Killer whales), probabilmente per la loro grande abilità nella caccia, soprattutto per quelle popolazioni che si nutrono di mammiferi marini.

Nella realtà invece solo chi le ha veramente seguite e studiate nei loro ambienti naturali per molti anni ci ha potuto descrivere chi sono davvero le Orche (Orcinus orca) e quanto il loro stile di vita sia così lontano da quel termine “assassine” che gli abbiamo affibbiato.

In verità, ecologicamente parlando, l’orca è un grande predatore come ve ne sono tanti altri nel Regno animale; si trova, come scrive la Dr.ssa Alexandra Morton che le ha studiate per anni, “seduta sul vero vertice della catena alimentare acquatica” (“…sit at the very pinnacle of the aquatic food chain” – A. Morton, Listening to Whales, 2002).

Questo le consente di cacciare anche grandi prede, un’orca può predare uno squalo. Tutto ciò però non è altro che quanto la natura l’ha portata ad essere, un po’ come è accaduto per noi, che forse in quanto a comportamento predatorio siamo molto più in alto nella catena alimentare della nostra cara orca.

La verità è che il mondo reale delle orche è davvero molto diverso da quanto ci saremmo mai aspettati. Una delle caratteristiche che sorprende i ricercatori è ad esempio la totale mancanza di aggressività o comportamenti violenti tra le orche che vivono allo stato libero.

In pratica quando si incontrano o socializzano o si evitano e ciascuna va per la propria strada. Nel mondo esistono differenti popolazioni di orche e si distinguono anche in base al tipo di prede che esse cacciano. In questo sono molto coerenti e quindi ben differenziate.

Il loro è un mondo fatto di suoni che possono propagarsi per chilometri sott’acqua, di grandi distese oceaniche nelle quali si spostano coese al proprio gruppo familiare, di legami strettissimi sui quali basano la loro esistenza e sopravvivenza, di esperienze ultradecennali delle matriarche che guidano la propria famiglia.

Il Dr. John Lilly, che introdusse Alexandra Morton allo studio dei delfini, riteneva che essi sono animali con un grande potere cognitivo; le dimensioni del cervello di un’orca, parente stretta dei delfini, sono più grandi di quelle del cervello umano di circa quattro volte; la presenza inoltre di profonde circonvoluzioni cerebrali più esterne (corteccia) è considerato un tratto necessario per il possesso di sofisticate abilità cognitive e di un processo di pensiero molto complesso.

Questi animali, come tantissimi altri, hanno subito e subiscono ancora cruenti catture e prigionie da parte dell’uomo che li sfrutta in una sorta di arcaico intrattenimento per platee ignare; disposte a pagare biglietti per mostrare ai loro piccini queste meravigliose creature nelle vesti di “pagliacci” addestrati a fare i saltimbanchi.

Dietro però si nascondono rapimenti e violenze a più livelli: fisiche, emotive, psicologiche ed anche ecologiche; ormai queste non sono più eticamente tollerabili.

Corky è nata nel 1965 ed è forse l’orca tenuta in cattività più famosa del mondo. All’età di quattro anni è stata purtroppo catturata nelle acque della British Columbia (Canada) insieme ad altre orche. Sono state letteralmente strappate alle loro famiglie per essere vendute alla struttura Marineland (Los Angeles, California), qui man mano le sue compagne morirono tutte; Corky vi rimase per ben 17 anni esibendosi a mo’ di marionetta per divertire esseri umani paganti che hanno arricchito negli anni società padrone di questi luoghi di prigionia.

Corky arrivò a Marineland insieme anche ad Orky, un altro giovane maschio di orca catturato sempre nella British Columbia. Essendo stati costretti a stare insieme in una limitata piscina, le due orche si accoppiarono, ma forse, data la diversità delle loro provenienze, in natura non lo avrebbero fatto.

Corky ebbe sette cuccioli nel corso degli anni, ma non ne sopravvisse nessuno. Le orche vivono in strutture familiari matrilineari, che il Dr. Mike Bigg, che studiò la struttura sociale di questi grandi Odontoceti, chiamò “pod”. Il legame con i membri della famiglia e soprattutto con la madre è fortissimo e dura per tutta la vita.

Dalla madre apprendono tutto, anche come allevare un cucciolo. Corky è stata strappata alla sua mamma così giovane che forse non aveva avuto il tempo di imparare l’arte vitale di accudire e nutrire un cucciolo. Semplicemente forse non sapeva come fare.

L’allattamento nelle orche non è un comportamento totalmente istintivo, come spiega la Dr.ssa Morton. Il cucciolo deve trovare i capezzoli della madre mentre entrambi nuotano; questi si trovano in due pieghe vicine alla fessura genitale. È quindi complicato trovarli per il cucciolo.

Probabilmente l’inesperienza di Corky e la difficoltà per lei di una vita in cattività hanno concorso alla morte dei cuccioli. Racconta la Dr.ssa Morton che uno dei suoi cuccioli le venne tolto per essere spostato in un’altra vasca per tentare di alimentarlo artificialmente.

Il cucciolo piangeva disperatamente con una voce rauca mentre Corky nuotava in circolo ansiosamente; come il cucciolo le venne tolto, Corky iniziò a sbattere continuamente contro il muro della vasca. La notte Corky lo chiamava con un gutturale e allarmante suono diverso da tutti gli altri suoi suoni ascoltati prima dalla Dr.ssa Morton.

Era un amaro lamento. Il cucciolo morì e solo dopo tre giorni e tre notti di lutto per il distacco, Corky ricominciò a mangiare. Il legame tra mamma orca e il suo cucciolo è la più forte relazione che sorregge la vita sociale di questi straordinari animali.

Le orche sono animali che comunicano tramite suoni molto forti e acuti, i più alti tra i suoni emessi dai Cetacei; di fatto posseggono tre tipi di vocalizzazioni: i click, i fischi e i suoni pulsanti. Ogni pod (famiglia) è caratterizzato da un dialetto specifico (al Dr. John Ford dobbiamo il merito di aver scoperto questi dialetti), conosciuto solo tra i membri di quel pod.

Questo dialetto, consistente in una serie di specifici e unici richiami, viene insegnato dalle madri ai cuccioli. Ci sono poi dei pod che condividono alcuni richiami in comune, questi pod fanno parte di un medesimo “clan”.

Clan che socializzano insieme sono infine definiti “comunità” (le orche della British Columbia, spiega la Dr.ssa Morton, sono organizzate in quattro comunità: residenti del nord, residenti del sud, transienti e orche offshore).

Le orche hanno una grande variabilità di richiami e questi vengono utilizzati dai ricercatori per identificare i diversi clan e pod e anche per capire a quale popolazione appartengono le orche che sono state catturate e messe in cattività.

Corky appartiene al pod A5 delle orche residenti del nord. Alcuni suoi parenti sono ancora vivi e liberi in quelle acque.

Le orche “residenti” differiscono dalle orche “transienti” per due aspetti principalmente: la loro fonte di cibo che è basata sui salmoni (specialmente i salmoni Chinook) e per il fatto che esse sicuramente arrivano nelle acque della British Columbia nei periodi di presenza dei salmoni.

Le orche “transienti” invece si nutrono di mammiferi marini, come delfini, foche, leoni marini, focene ecc. e non è possibile predire quando passeranno per le acque della British Columbia. C’è anche un altro aspetto le distingue: le residenti sono molto vocifere, si scambiano continuamente richiami e suoni, mentre le transienti sono perlopiù silenziose, forse perché ciò le aiuta ad avvicinarsi alle loro prede, i mammiferi marini, che ci sentono benissimo.

Nel 1987 Corky e Orky vennero venduti a Sea World (San Diego, California). Orky morì l’anno dopo, nel 1988. La mamma di Corky morì nel 2000. Corky è ancora detenuta lì. Più di 52 anni di cattività, di prigionia.

Oggi non è più pensabile di catturare animali dai loro habitat, strapparli alla loro vita naturale per rinchiuderli in vasche ristrette o gabbie circoscritte, ambienti non loro che li danneggiano.

Ciò non solo non è eticamente giusto, ma, sulla base di tutta la ricerca scientifica etologica ed ecologica degli ultimi decenni e in funzione della sempre più urgente conservazione delle specie nei loro ambienti, questo è quanto mai profondamente errato.

Il Dr. Paul Spong, ricercatore appassionato che dal 1970 segue le orche e ha fondato OrcaLab (https://orcalab.org/) sull’isola di Hanson, nel cuore dello Stretto di Johnstone nella British Columbia, da anni sta chiedendo a Sea World di rilasciare Corky e permetterle di tornare nelle acque dove è nata e vissuta per quattro anni e dove ancora vivono i membri familiari del suo pod originario.

Il Dr. Spong ha identificato per lei una vasta area marina (Double Bay), vicino a OrcaLab, dove Corky potrebbe stare in tutta sicurezza, da dove potrebbe ascoltare le voci dei suoi familiari e dove ritroverebbe quella libertà e quell’ambiente “casa” di cui non ha più potuto godere per più di cinquant’anni.

Dopo tutto il “divertimento” che ci ha procurato e i tantissimi soldi che ha portato nelle tasche di Sea World e del Blackstone Group, società proprietaria di Sea World, questa sarebbe la giusta ricompensa per tutto ciò che Corky ha dovuto vivere e ci ha, suo malgrado, donato, ossia la sua vita libera.

Visitando il sito di OrcaLab, oltre ad imparare tantissimo su questi splendidi animali e a poterne ascoltare le voci e vederli su webcam, si trova una sezione interamente dedicata a Corky e una pagina in cui si danno indicazioni su cosa poter fare personalmente per aiutare Corky a tornare libera (https://orcalab.org/free-corky-campaign/corkys-story/help-corky/).

In particolare i punti salienti di questa pagina sono:
“-Diffondere tra amici e conoscenti la storia di Corky, via Facebook o altri social network, chiedendo di non sovvenzionare né frequentare Sea World o altri posti del genere dove gli animali marini vengono tenuti in cattività e sfruttati per divertimento umano.
-Scrivere una lettera ponderata e gentile a Stephen A. Schwarzman, Presidente e CEO della società di investimento Blackstone Group che ora possiede Sea World. Dire a Mr. Schwarzman della vostra decisione di non visitare Sea World e posti simili e chiedergli di aiutare Corky a tornare nella sua casa nelle acque della British Columbia.

Indirizzo: Stephen A. Schwarzman, The Blackstone Group, 345 Park Avenue, New York, NY 10154 USA.
-Inviare una donazione, quanto si può dare, per aiutare a far crescere la Campagna Free Corky (sul sito i dettagli).
-Qualsiasi altra idea per aiutare Corky è ben accetta.”

Forse ciascuno di noi può dedicare un po’ del proprio tempo ad aiutare Corky a tornare a casa dopo così tanti anni; darle cosi la possibilità di essere chi è davvero: un’orca nata nelle acque dell’oceano della British Columbia, l’unico luogo al mondo dove ancora può essere se stessa.

Un giorno Alexandra Morton e un suo assistente uscirono in mare aperto con un gommone e in breve tempo si trovarono immersi in una nebbia fittissima. Non c’era il sole, non avevano una bussola. Nessun orientamento.

Udirono il suono di una nave da crociera e all’istante compresero il pericolo di vedersela di fronte all’improvviso senza via di scampo. D’un tratto però videro sbucare dall’acqua una pinna nera e liscia, era Top Notch, poi arrivò Saddle, con lei Eve, la matriarca, e poi Sharky e Stripe. Si strinsero tutte intorno al gommone. Alexandra non poteva vedere nulla nella nebbia.

Racconta… “non mi sono mai preoccupata… affidai alle orche la nostra vita.” Dopo neanche mezz’ora videro la loro isola e la costa. Le orche a quel punto si allontanarono in mare aperto. Racconta Alexandra: “…ci sono volte in cui sono messa di fronte all’evidenza misteriosa di qualcosa che va oltre la nostra capacità di quantificazione scientifica.

Chiamiamole straordinarie coincidenze… non posso dire che le orche siano telepatiche ma… non so spiegare gli eventi di quel giorno. Provo soltanto gratitudine e un profondo senso di mistero che cresce incessantemente.”

Io sono convinta che le orche avevano “sentito” che Alexandra era in difficoltà e l’hanno riportata a casa.

Immagine free (Pexels)

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