Dacia Maraini, nell’intimità della parola

DI GINO MORABITO

Bussano alla porta, va ad aprire. Si trova davanti un personaggio che chiede di entrare: lo fa accomodare, gli offre un caffè o una tisana, secondo il tipo. Il personaggio le racconta la sua storia.

Nell’intimità di parole attente ma non studiate, non esibite, non ricercate, scelte ad esprimere l’emozione del momento, prendono vita opere come Maria Stuarda, che le dà la notorietà internazionale, mentre il primo grande successo di pubblico e di critica l’abbraccia con La lunga vita di Marianna Ucrìa.

Romanziera, poetessa, drammaturga, critica, assidua collaboratrice di riviste e giornali, Dacia Maraini è uno dei nomi della letteratura italiana più tradotti nel mondo. Affamata di vita, affascinata dal mistero dell’universo, per lei scrivere è come respirare.

Comincia la sua carriera letteraria a diciassette anni, nel tentativo di far fronte a un sentimento di inadeguatezza. L’inadeguatezza di chi, sin da piccola, si è sempre trovata meglio a scrivere che non a parlare.

«Credo che una bambina impari presto che il mondo la considera inadeguata. A cosa? Alla responsabilità, alla competenza, al pensiero profondo, alla guida di una azienda o una iniziativa culturale, per non parlare delle istituzioni. Ricordiamo che la Chiesa, così importante per la nostra storia, non ha mai permesso alle donne di avvicinarsi all’altare, né di fare da mediatrice fra Dio e gli uomini.»

Da notare che Dio e gli uomini sono al maschile, non esiste una dea o una definizione dell’essere umano al femminile.

«Le donne, e quelle più sensibili di altre, apprendono per esperienza di essere pensate come inadeguate anche se in cuor loro sanno di essere capaci. Se poi ci aggiungiamo un carattere timido, introverso e impaurito l’inadeguatezza diventa un sentimento vincolante.»

L’antica abitudine alla soggezione ha avvilito e spesso rese timorose e spaurite le donne.

«Ma ha anche insegnato loro alcune abitudini secondo me importanti e molto positive: l’esercizio del dubbio per esempio, la voglia estrema di imparare e partecipare, la capacità di sublimare, l’umiltà dignitosa, la competenza della cura e della pace. Sono qualità che si sono stratificate lungo i millenni di servitù, ma non sono qualità di cui vergognarsi, anzi vanno difese come il risultato buono, solido e generoso del mondo femminile sottoposto ad una antica soggezione.»

Il fascismo, l’alleanza con la Germania nazista, le leggi antisemite che hanno cacciato i bambini ebrei dalle scuole italiane, tra le pagine più vergognose della nostra storia. Pagine che nessuno avrebbe mai voluto fossero state scritte.

«E poi ancora l’uccisione di Matteotti, la partecipazione nel trasporto degli ebrei nei campi di sterminio nazisti, le guerre coloniali, la partecipazione alla seconda Guerra mondiale accanto a Hitler, le azioni violente e il commercio di persone umane, soprattutto donne, praticate dalla Mafia, dalla ‘Ndrangheta e dalla Camorra.»

A quelle si contrappongono le guerre di liberazione dagli austriaci e dai borboni, la scrittura della Costituzione, il Rinascimento che è stato un esempio e un modello per tutta l’Europa.

«Le nostre splendide architetture, la musica, la poesia, la nostra lirica conosciuta e amata in tutto il mondo, la Resistenza che ha salvato l’Italia dall’ignominia del fascismo, l’antimafia, Falcone e Borsellino e tanti altri personaggi straordinari che ci rendono orgogliosi di essere italiani.»

italiani.»

Poeta, sceneggiatore, attore, regista, scrittore e drammaturgo, Pier Paolo Pasolini è di certo un orgoglio tutto italiano. In occasione del centenario della sua nascita il 5 marzo 1922, Dacia Maraini sta lavorando a un libro sull’amico e compagno di viaggio.

«Sarà un libro molto personale. Un libro di memorie in forma di lettere. Me lo hanno proposto, ho detto prima di no, si scrive troppo su Pier Paolo Pasolini, usciranno centomila libri per il centenario. Poi l’idea di parlare di cose vissute insieme mi ha convinto.»

Mettersi in cammino e condividere esperienze.

«Il viaggio per me è un processo di conoscenza. Andare per il mondo con tutti i biglietti fatti, visitando solo i luoghi esotici per turisti, per me non è viaggio. Conoscere vuol dire confrontarsi con altre culture, altre religioni, altre mentalità, altre abitudini. A volte non è facile questo confronto, ma va fatto. Certo si rischia qualcosa viaggiando, non solo fisicamente, qualcosa che riguarda le proprie convinzioni e le proprie abitudini mentali, ma si può stare sicuri che se ne torna arricchiti.»

Appena può si ritira nella sua casa in Abruzzo, un luogo dell’anima fatto dell’indispensabile.

«Una cucina grande, tanti libri, un giardino in cui piantare alberi e fiori, degli amici che amano la montagna e un computer che funzioni.»

Ha cominciato a pubblicare poesie e racconti a tredici anni sul giornale della scuola di Palermo. Poi ha sempre scritto.

«Ho fondato una rivista di giovani aspiranti scrittori, a 17 anni ho elaborato un romanzo che è stato pubblicato quando ne avevo 23. Credo di avere maturato negli anni la mia scrittura ma nei primi scritti erano già riconoscibili i miei ritmi, la mia dialettica, il mio senso storico e sociale.»

Tutte le mattine si alza alle sei e, già dalle 7:30, si mette al tavolo di lavoro. Si sofferma con disciplina sui testi, scrive e riscrive tante volte al computer. Si dice che non termini mai un romanzo prima dei tre anni.

«Credo che nella scrittura, come in tutti i mestieri di tipo artigianale, ci voglia molta disciplina e passione. Io non è che mi leghi alla sedia, ma sto volentieri al tavolino a scrivere. Tanto che spesso mi dimentico la roba sul fuoco e mi muovo appena sento l’odore di bruciato. Scrivere per me è come respirare. Non potrei farne a meno. La sola parte del mio corpo che non si trova d’accordo è la schiena, che a volte strilla e mi fa alzare per andare a camminare o a fare un poco di ginnastica.»

Nella pratica dello scrivere la cosa più difficile è ottenere il silenzio.

«Anche con le finestre doppie, c’è sempre qualche rumore che filtra. Nella mia famiglia tutti scrivevano, avevo una nonna scrittrice, un padre che scriveva libri di viaggio, un altro nonno che scriveva libri di filosofia. Insomma, era un po’ un mestiere di famiglia. A casa mia mancava di tutto ma non i libri.»

Ha imparato ad amare Pinocchio nel campo di concentramento giapponese.

«Lì non c’erano libri e mia madre mi faceva da libro, mi raccontava e mi faceva sognare con le sue parole incantate, con la sua bella voce resa flebile e roca dalla fame e dalle malattie.»

Nei suoi libri parla spesso di cibo, soffermandosi sui dolci o sui primi piatti, con molta attenzione e sensualità.

«È stata l’esperienza della fame patita nel campo che mi ha portata a creare un mito del cibo. L’assenza e il desiderio creano quell’alone magico che accompagna la mancanza di una cosa amata e necessaria.»

Il rapporto con la fame resta sempre e comunque uno dei temi più difficili da affrontare.

«L’esperienza della fame insegna a non sprecare il cibo. Io faccio fatica a gettare il pane e cerco sempre di riciclare i cibi rimasti. Il cibo è rimasto un mito da gustare con l’immaginazione. Per mia natura mangio poco e sobriamente. Mangio pulito e sono vegetariana. Ma di fronte a una vetrina piena di formaggi, salumi, pani, pasta, rimango fissa con gli occhi sgranati, come quando ero bambina e sognavo di addentare un pezzo di pane come se fosse la cosa più preziosa del mondo.»

Una scrittura fortemente “realistica”, di analisi e denuncia delle piaghe dell’umanità, prima tra tutte quella della violenza sulle donne, uniche protagoniste dei suoi romanzi.

«Essere donna in un mondo di uomini è molto scoraggiante e a volte doloroso. Per lo meno, lo è stato per millenni. Oggi le cose stanno cambiando e nei paesi democratici le donne hanno guadagnato parecchi diritti civili, di cui purtroppo in tanti altri paesi, soprattutto quelli in cui lo Stato coincide con la Religione e quelli a dittatura personale, le donne sono ancora prive. Ancora troppe vivono in stato di schiavitù, merce sessuale da comprare e vendere in giro per il mondo.»

Affamata di vita, affascinata dal mistero dell’universo, incuriosita dal mondo, per cui mantiene ancora intatta la meraviglia.

«La meraviglia per tutto ciò che si rinnova e agisce nel nostro bellissimo mondo, che però purtroppo stiamo distruggendo e questo mi addolora e mi strazia.»

La voglia di migliorare le cose, di puntare sul futuro e sulla diffusione dei diritti civili per tutti.

«A quella giovanissima ragazza che ha trascorso l’infanzia in Sicilia consiglierei di leggere, i classici prima di tutto, ma anche i moderni perché leggendo si viaggia col pensiero, nel tempo e nello spazio. Umberto Eco scrive che una persona che non legge conosce solo sé stesso, una persona che legge invece conosce il mondo intero, da Aristotele a Cristo, da Garibaldi a Maria Curie.»

Il pensiero libero, i sensi vivi e corposi, e poi i sogni. Quelli “capaci di metterci a nudo. Sono schegge impazzite, che ci svelano una realtà a cui è impossibile sottrarsi”.

«Sogno molto e spesso. Ma non faccio sogni arcani, i miei sono tracciati della vita di tutti i giorni, con un alone di indecifrabilità che li rende affascinanti. Noi usiamo la parola sogno al posto di desiderio. Il sogno è un fatto, una narrazione interiore, il desiderio è una proiezione emotiva. Io desidero capire, è la cosa che mi interessa di più.»

Dedico quest’intervista a mia moglie Laura e a Chiara e Sofia, le nostre figlie. A quella inesauribile capacità che hanno di sorridere e ingoiare lacrime, nutrendo la mia vita di bellezza e meraviglia.

 

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