‘Don’t Look Up’, il film che tutti dovremmo vedere perché descrive perfettamente ciò che siamo, ciò che siamo diventati

di Cinzia Marongiu

È il film del momento ed è anche il film che tutti dovremmo vedere perché descrive perfettamente ciò che siamo, ciò che siamo diventati. Si intitola “Don’t Look Up” e dopo una breve apparizione nelle sale, veleggia trionfante su Netflik: in Italia così come in decine di altri Paesi nel mondo è il film più visto.

E non soltanto perché Adam Mckay ha messo in fila un cast straordinario con Leonardo Di Caprio e Jennifer Lawrence, con Meryl Streep e Cate Blanchett, con Ariana Grande e Thimothé Chalamet. Il fatto è che dentro questa commedia satirica c’è tutto ciò che stiamo vivendo in questi ultimi due anni, pur senza parlare della pandemia, senza nemmeno nominarla. Più che una parodia o un film apocalittico, una spietata fotografia dell’Apocalisse vivente che impersoniamo.

Ci sono i negazionisti al di là di ogni ragionevole dubbio, il potere cieco e assetato di soldi e beni materiali, gli scienziati inascoltati ma anche quelli che tra di loro si sono lasciati sedurre dalla fama e dalle apparizioni tv, i politici pronti a cavalcare l’ignoranza, i miliardari narcisi e finto-visionari, i giornalisti vacui dediti solo all’intrattenimento e alla leggerezza. Insomma, ci siamo noi tutti. La minaccia apocalittica qui è una cometa grande come il monte Everest che si sta per schiantare sul nostro pianeta. Sei mesi e la Terra non esisterà più e, come urla inascoltata e sbeffeggiata sui social, la giovane dottoranda in astronomia interpretata da Jennifer Lawrence “noi tutti saremo morti”.

È lei ad aver fatto l’infausta scoperta, è lei che insieme con il suo capo, l’astronomo Randall Mindy interpretato da Di Caprio viene convocata alla Casa Bianca. Ad accoglierli una Meryl Streep capace a 72 anni di regalarci l’ennesima performance perfetta e agghiacciante allo stesso tempo: una presidente donna degli Stati Uniti che a parte lo smalto e i capelli lunghi ricorda da vicino l’amministrazione Trump appena archiviata, tra scandali sessuali e miopia sociale.

I due non vengono presi sul serio, la minaccia è minimizzata, almeno inizialmente. Poi però i due scienziati partecipano allo show più popolare delle Morning News e di fronte all’ennesima battutina per “alleggerire il clima, Jennifer Lawrence-Dibiaski esplode: “La distruzione dell’intero pianeta non dovrebbe essere divertente. Forse dovrebbe essere terrificante e inquietante. Dovreste stare svegli tutta la notte, ogni notte, a piangere”.

Quello che segue è una centrifuga impazzita di fake news e grida di allarme, rassicurazioni sul niente e minimizzazione del pericolo, dove cinismo, ignoranza e sete di potere fanno a gara a sbranare ciò che è rimasto di una società prigioniera della incomunicabilità e della frustrazione. Per stessa ammissione del regista McKay “Don’t Look Up” è una pellicola ambientalista, “un’allegoria sulla crisi ambientale” e sugli allarmi lanciati dalla comunità scientifica e sulla incredibile capacità di non ascoltarli, negandoli fino all’evidenza.

Qui ci sono gli avvistamenti al telescopio, ci sono le fotografie, ma niente può davanti all’ignoranza, davanti alla cieca e sorda brama di ricchezza immediata, orfana di qualsiasi futuro. Ma è anche vero che è impossibile guardarlo e non pensare alla pandemia in corso, ai talk show con virologi e no-vax che battibeccano, con giornalisti-star che gongolano davanti allo share mentre disinformano e creano allarmismo e confusione, i nemici più evidenti di qualsiasi realtà fattuale.

Ciò che più di tutto “Dont Look Up” è riuscito a fare è rendere evidenti i meccanismi mediatici, politici e sociali che si scatenano davanti a un’emergenza, di qualsiasi natura si tratti, che venga dallo spazio o da un laboratorio di una sperduta cittadina cinese.

Non mancano, come sempre, le divisioni. Così a chi inneggia al capolavoro, risponde chi accusa la pellicola di essere troppo didascalica. Ma forse è proprio questa la lezione più profonda del film: in tempi bui come quelli in cui viviamo occorre ripartire dalle basi con chiarezza e magari anche semplificando pur di essere compresi.

Qualunque sarà il verdetto degli Oscar, un premio “” lo ha già vinto: è la nostra migliore fotografia senza filtri. Che poi è anche la peggiore. (FONTE: TISCALI.SPETTACOLI.IT)

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