Elnaz Rekabi: “il velo caduto inavvertitamente”

DI MARINA AGOSTINACCHIO

“Elnaz Rekabi è l’atleta iraniana che ha partecipato in questo mese di ottobre alla gara di arrampicata asiatica a Seoul, senza indossare l’hijab, in solidarietà con i manifestanti per la morte di Mahsa Amini.

In un primo momento, l’atleta si credeva scomparsa; in seguito IranWire, sito di giornalisti dissidenti iraniani, ha diffuso la notizia che era stata portata direttamente da Seul nella malfamata prigione di Evin a Teheran.

Sempre secondo IranWire, Reza Zarei, il capo della Federazione di arrampicata iraniana, ha ingannato l’atleta conducendola dall’albergo di Seul all’ambasciata iraniana dopo aver ricevuto ordini dal presidente del Comitato olimpico iraniano Mohammad Khosravivafa”

Questa la notizia.
A parte l’istintiva, primaria, indignazione da parte del nostro mondo occidentale, poi il nulla.

Il nulla, per noi Italiani, significa la prosecuzione delle nostre vite, immersi nei nostri pur gravosi problemi di aumento delle bollette di luce e gas, disoccupazione, immiserimento delle famiglie, debito pubblico…

Mi chiedo cosa potremmo fare noi da qui con le nostre parole a così tanti km di distanza da quel Paese. Crediamo che marce e fiaccolate possano bastare, anche solo in parte, a scuotere le coscienze, a cambiare le cose, a fare riflettere.
Ma le cose non stanno poi realmente così.

Sappiamo che se ancora esistono in una parte del mondo situazioni di ”schiavitù” nei confronti di giovani che pensano in modo diverso da regimi teocratici, e non,
il problema risiede a monte.

Difficile smuovere sistemi politici e religiosi cristallizzati nei secoli e soprattutto voluti mantenere ancora in vita da parte di una classe dirigente che di mantenere le cose come stanno ne fa uno strumento necessario, garanzia di uno status quo indispensabile alla propria sopravvivenza.

I movimenti di protesta, i convegni, i flash mobbing , gli annunci programmati di governi democratici o comunque in opposizione politica ai governi autoritari, le manifestazioni silenti, metonimia di corpi in arrampicata, come quelle dell’atleta iraniana Elnaz Rekabi, possono bastare, o quantomeno generare uno spirito di rivolta emotiva?

I regimi autocratici rispondono con la violenza a qualsiasi atto di protesta, vigilano con rigori sui comportamenti dei loro popoli, non permettono alcuna espressione di pensiero divergente dal loro.

Nei regimi teocratici la religione si fa regolatrice dei più piccoli atti di vita e delle scelte della persona nella sua declinazione giornaliera; essa è anche il fondamento di ogni azione dinamica della politica, del suo legiferare, come del suo governo sulle forze armate, sull’amministrazione.

Come bene ha sottolineato il politologo italiano Pietro Grilli, numerosi sono stati gli stati in cui la democratizzazione è instabile o solo parziale; in essi si sono insediati governanti autoritari che in situazioni di difficoltà hanno dato vita a metodi di gestione politica democratica per assecondare “pericolosi” scontenti interni e per prevenire ingerenze esterne.

Nei Paesi, però, di impianto socio culturale fragile, il risultato di tale esperienza democratica col tempo si è rivelata una deriva franosa.

Diversi, infatti, sono stati i casi in cui le elezioni hanno avuto come risultato un potere gestito da leader o da movimenti politici di opposizione nei confronti della democrazia, leader e movimenti forti che hanno impresso un sigillo di autoritarismo al popolo.

Di quella esperienza democratica transitoria si è quindi poi persa ogni traccia.
La nostra cultura spesso esige di essere scontata, e per di più indiscussa, in base alle nostre consuetudini concettuali e ai nostri schemi linguistici. Ma essa è frutto di un cammino molto distante da quello dei popoli arabi.

“Islam” , ad esempio, è il nome di una civiltà che convergeva in un credo, sancito dal significato stesso dell’ origine di quella parola che voleva dire “sottomissione a Dio”.

L’idea di “fondamentalismo” (radicale ed intransigente) del quale noi occidentali connotiamo le diverse versioni dell’Islam, non fa parte della cultura musulmana.

In ciascuna versione dell’Islam i fedeli sono certi di essere i soli ad interpretare in modo corretto la legge coranica.
Leggo che fino ad epoche recenti non esistevano documentazioni storiche dei paesi arabi, scritte da musulmani perché essi riconoscevano come unica storia quella della nazione islamica costituita dai “popoli sottomessi al Dio di Abramo secondo la legge rivelata dall’angelo Gabriele al profeta Mohammed (Maometto) e trascritta nel Corano”.

Inoltre territorialmente quella nazione non era concepita come insieme di Paesi con linee di demarcazione distintive ma come un unicum composto da un popolo dei fedeli.

Pertanto, la nazione islamica, così concepita, si investe concettualmente di una propria autoreferenzialità dove l’altro è sentito come infedele che si oppone alla volontà divina.

Eppure i numerosi stati nazionali creatisi nei territori arabi sono manifestazione di cambiamenti storici, dovuti anche a compromessi politici, economici e religiosi.

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Pubblicato da scrignodipandora

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