Fabrizio Bentivoglio, su Prime Video con la serie tv “Monterossi” dal 17 gennaio

di Cinzia Marongiu

Con quella sua aria eternamente stropicciata va ad aprire la porta del lussuoso appartamento dove vive e si ritrova davanti un killer che gli punta in faccia la pistola. Giusto il tempo di deglutire ed eccolo scaraventargli in faccia il whisky che tiene in mano.

Il colpo parte lo stesso ma colpisce in fronte il ritratto dell’amato Bob Dylan alle sue spalle. È una delle prime scene di “Monterossi”, l’inedita serie tv che sta per essere distribuita su Amazon Prime (sei puntate dal 17 gennaio) tratta da due romanzi di Alessandro Robecchi e diretta da Roan Johnson, ma è sufficiente a intrigare lo spettatore e a svelargli molto dell’affascinante protagonista di questi gialli un po’ commedia un po’ noir, proprio come la vita.

Carlo Monterossi è “un vincente involontario innamorato dei perdenti”, sintetizza Fabrizio Bentivoglio che gli presta moltissimo di sé. Anzi, la sensazione è che l’attore milanese abbia finalmente trovato il suo alter ego sullo schermo. Disincantato ma non cinico, ironico ma con una malinconia nello sguardo alla quale tutto si perdona, anche le battute più pungenti. Le battaglie degli Anni 70 sulle spalle, ad appesantirgli il disinnamoramento verso i nostri tempi così superficiali ma anche a renderlo indulgente e curioso dei più giovani.

Autore televisivo con rigurgiti di coscienza, Monterossi vuole uscire dall’infernale macchina di ascolti che ha inventato, il programma “Crazy Love”, trash proprio come il titolo, a base di tradimenti, storie strappalacrime, pornografia sentimentale e voyerismo spinto, ma poi finisce suo malgrado a fare il detective per caso e pure per rabbia “sempre in bilico tra indolenza e struggimento blues”. “Sono tante le cose che mi affratellano a Monterossi, l’essere milanese, appartenere a una certa generazione e tifare per l’Inter. Con lui condivido anche una buona dose di ingenuità”, racconta Bentivoglio nella videointervista concessa a Tiscali.it. “E proprio come Monterossi, non riconosco la Milano di oggi. In quella dove sono cresciuto io al posto dei grattacieli c’era un luna park”, racconta con il suo fare gentile ma coinciso.
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