Gio Blonde, la sublime arte della provocazione

DI GINO MORABITO

Fu una “chiamata” o una visione. Oppure entrambe le cose. Da lì una netta presa di posizione nei confronti dei tabù, degli schemi imposti, dell’omologazione. Fotografa, performer anti-model, Gio Blonde rende sublime l’arte della provocazione.

Attraverso i suoi scatti racconta l’amore, le lacrime, gli incontri indesiderati, gli abbandoni… L’altro può seguirla o contrapporsi, ma non può restare indifferente. Reazione e trasformazione diventano così fondamentali nel suo linguaggio fotografico e performativo, dando alla luce progetti senza alcuna censura d’espressione. Autentici manifesti di libertà.

Nasce inconsolabile e ipercritica, con l’amore per la nudità.

«Non riesco a fare a meno della nudità. Come linguaggio fotografico, come atto libero, come verbo. Ma questo non è un difetto né un vizio, quanto piuttosto un meraviglioso “Matrix” in cui vivo.»

Provoca l’altro per registrare ciò che accade, e si imbarazza per l’ignoranza…

«… l’ignoranza, le bugie, i giudizi dettati dalla noia, la paura. Chi decanta principi moralisti per noia, per paura, per ignoranza. Chi smette di lottare per pigrizia e rassegnazione, o per noia. Chi rinuncia al cambiamento. Chi vive una vita non voluta accumulando rancori, frustrazioni e tabù. Mi imbarazzano gli inetti, i castrati, i forse, i mai, i sempre, i non so, i “vorrei ma non posso”. Le promesse, soprattutto quelle non mantenute.»

Vive il pudore come il più profondo riserbo della propria sfera emotiva.

«Mi sono imbarazzata e commossa quando A., nonostante sia lontana da me, mi fa sentire vicina e ama Gio, non solo le sue immagini.»

Quando non è Gio Blonde, si occupa di rieducazione e riabilitazione di minori con difficoltà cognitive e psicologiche in comunità e a scuola. Non ci è dato sapere altro.

«Esercito il diritto e il dovere di mantenere una forma di protezione verso la mia vita privata.»

Predilige tutto ciò che riguarda il panorama punk rock e la musica elettronica. I Tropic of Cancer sopra ogni cosa.

«Fino a qualche tempo fa mi divertivo a mettere su musica presso locali della mia zona. La musica è parte fondamentale di ogni pezzo della mia vita, così come della mia giornata. Anche quando fotografo, ancor prima dell’incontro, decido che playlist mettere.»

Il linguaggio universale dell’arte che, nella vita della performer originaria di Cesena, risuona come talento, disciplina, libertà.

«La libertà di scegliere di realizzare i miei desideri, di essere chi voglio essere, non conformandomi a ruoli arcaici e primitivi stereotipi dettati da una cultura ignorante e sessista.»

Donna in un mondo di uomini, ha imparato a proteggersi da quelli che non dovrebbero nemmeno essere considerati tali. Reputa inaccettabile sprecare del tempo in incontri e questioni inutili, e sa riconoscere la felicità.

«Sono felice quando viaggio, quando penso a mia madre, quando fotografo. Quando mi mischio alle persone che amo. Quando arrivano le sorprese che fanno bene al cuore, quelle inaspettate.»

Insieme a quattro autori/fotografi è co-founder di un meraviglioso progetto cartaceo, che si è tramutato in un manifesto di libertà.

«Una presa di posizione netta nei confronti dei tabù, degli schemi imposti, delle regole prestabilite. Un progetto senza censura d’espressione. Ciò che non permettono i social, specchio di questa società così spaventata da ogni forma “di vita” lontana dalla propria comfort zone. Abbiamo realizzato una fanzine: Patient.wolves. Ne sono entusiasta.»

 

 

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Pubblicato da scrignodipandora

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