Giovani ali grigie

DI MARINA M. CIANCONI

 

Ho sempre guardato al cielo. Ci sono ali che incantano. In città l’aria è il luogo dove è più facile ammirare animali selvatici e l’avifauna urbana è per me di grande compagnia, oltre che sempre una scoperta. Ci sono specie molto comuni, come piccioni, tortore dal collare, cornacchie grigie, gabbiani reali, passeri, merli, cormorani, gheppi, verzellini, rondoni, rondini, cince, pettirossi, codirossi, storni, parrocchetti e molti altri ancora. Poi però, anche se lontani da me, mi va il pensiero a quegli uccelli che nella nostra penisola sono diventati rari, anzi rarissimi e che, ahimè, non vediamo quasi più.

Diffuso in gran parte d’Italia negli anni ’50 del secolo scorso, il piccolo avvoltoio Capovaccaio ( _Neophron percnopterus_ ), il più piccolo tra gli avvoltoi europei, oggi è ridotto ad una stima di circa una decina di coppie in natura, poco più, poco meno. Il Capovaccaio è un rapace appartenente alla Famiglia degli Accipitridi ed è uno di quegli utilissimi animali cosiddetti “spazzini”, presenti negli ecosistemi; si nutre infatti dei resti di altri animali morti, avviando così il processo di “pulitura” dell’ambiente necessario per evitare proliferazioni batteriche e della rimessa in circolo della materia organica che in natura non può andare sprecata rappresentando un’importante fonte energetica.

Oggi questo piccolo avvoltoio è forse l’uccello a maggior rischio di estinzione in Italia. La Lista Rossa dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature – Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) lo classifica come “Critically Endangered (CR)”, ossia in “Pericolo critico”. A livello internazionale è classificata come “Endangered (EN)”, ossia “In Pericolo”. Le pochissime coppie rimaste in natura si concentrano al Sud della penisola tra Calabria, Basilicata e Sicilia.
La Sicilia… e qui non posso non ricordare, tornare col pensiero a tre anni fa, all’11 settembre del 2018, quando venne ritrovato il corpo senza vita di una giovane femmina di “Avvoltoio degli egizi” (Egyptian vulture) come si è soliti anche chiamare il Capovaccaio (era infatti un uccello sacro per gli antichi egizi). È stata uccisa da una fucilata vicino Mazara del Vallo (Trapani). Aveva sette pallini da caccia conficcati in varie parti del corpo. Si chiamava Clara. Eh sì! Aveva un nome, perché ogni giovane Capovaccaio che viene liberato dal CERM (Centro Rapaci Minacciati di Rocchette di Fazio (GR)) ha un nome ed è prezioso. Clara era nata in cattività proprio presso il CERM che da diversi anni si dedica con grande lungimiranza e non poche difficoltà alla riproduzione di coppie di Capovaccaio e al rilascio in natura dei giovani nati. Clara era una di loro.

Aveva, come ogni giovane liberato, un dispositivo GPS (Global Positioning System) sul dorso che sarebbe servito a tracciarne gli spostamenti. Era stata liberata nei pressi di Matera per iniziare il suo “viaggio” verso l’Africa. Le sue giovani ali hanno potuto volare libere solo per nove giorni. I Capovaccai sono migratori trans-sahariani. Macinano chilometri in un areale che copre l’Europa meridionale, la penisola arabica, l’Africa e alcune aree dell’Asia. Si spostano con le loro belle ali bianche ampiamente bordate di nero tra i quartieri di svernamento e quelli di nidificazione affrontando viaggi anche di migliaia di chilometri. Oltrepassano il Mar Mediterraneo, oltrepassano l’immenso Sahara. Due barriere geografiche impietose per tutti gli uccelli migratori di questa parte del pianeta. La migrazione, fenomeno affascinante e ancestrale che coinvolge non solo gli uccelli ma anche altre classi di animali, è durissima.

Oggi ancora di più che in passato, perché anch’essa risente del cambiamento climatico in atto che spinge gli animali a modificare le loro abitudini migratorie spesso arrivando nei luoghi predestinati in periodi sfalsati e rischiando quindi di non trovare le risorse necessarie per vivere; dopo l’estenuante viaggio ciò può significare anche la morte. Non tutti quindi ce la fanno.

Clara, però, pur seguendo il suo naturale impulso migratorio, è stata freddata dalla mano dell’uomo. Le sue giovani ali grigie non hanno fatto in tempo a divenire bianche e nere. Lei, si sa, non è purtroppo l’unico essere vivente ad aver perso la vita, vittima dei nostri spari, magari partiti anche da un’arma legalizzata. Che paradosso! Un’arma legale per uccidere… riflettiamo mai sulle nostre dannose ma anche dannate incoerenze? Sui nostri falsi compromessi? Mi chiedo: cosa c’è di “legale” nell’uccidere?

Forse dovremmo dare spazio ad una presa di coscienza più pulita, chinare il capo e fermarci a guardarla questa coscienza che tanto ci siamo vantati di possedere in esclusiva rispetto agli altri viventi. Ecco guardiamo dentro noi stessi e le nostre azioni, forse troveremo risposte alternative alle armi da fuoco, legali o meno che siano.
È notizia recente che una giovane Aquila reale ( _Aquila chrysaetos_ ) è stata anch’ella freddata sul Monte Grappa, in Veneto… da un bracconiere, dicono i giornali; ma che differenza c’è tra la doppietta di un bracconiere e quella di un cacciatore “legale”? Nessuna.

Un’arma è sempre un’arma.
Intanto però, grazie a uomini e donne di buona volontà, ad agosto di quest’anno sono stati liberati dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con la collaborazione del CERM e di altre associazioni, altri cinque giovani Capovaccai. Si chiamano Gabriel, Juanita, Lucas, Pablo ed Isabel. Mi auguro che il loro viaggio nella vita sia lungo e lontano dalle nostre armi; magari un giorno ritorneranno in Italia a nidificare, memori del luogo dove sono nati, regalandoci nuovi giovani e la speranza di una popolazione in crescita; una speranza che è riposta nella determinazione di quelle persone che continuano a perseverare e ad operare perché la vita, anche di un solo individuo come poteva essere quella di Clara, prosegua; grazie a strumenti e finanziamenti europei come il Progetto Life “Egyptian vulture” che ci aiutano a stabilire e raggiungere obiettivi importanti e grazie soprattutto a quella speranza che risiede dentro ciascuno di noi in quel “dare” il nostro contributo, grande o piccolo che sia.
Tre anni fa la sorte di Clara lasciò un segno dentro di me e non potei fare a meno di dedicarle il mio personale ricordo:

Clara, giovane capovaccaio

Vola libera oggi…
alta sopra ogni cielo possibile,
alla misera mano umana…
irraggiungibile.
I tuoi deserti ancora non visti,
schiacceranno l’anima e chi non rattristi.
Anima vuota armata di piombo,
cada pesante all’inferno,
senza più ritorno.
Vola leggera e lontana da noi,
lascia ai tuoi pari la speranza di “poi”.
Ali di vite spinte a migrare,
ignare innocenti di trappole amare.
Ali, ali per sempre sospese
seguite la rotta ancora più tese.
Lo sguardo è puntato laggiù oltre il mare,
e innata sapienza vi sa orientare.
Padrone di un dono a noi sempre negato,
dell’aria regine e dell’infinito spazio invidiato.

_(per lei e per tutte “le ali” che vengono ogni giorno mutilate dalla nostra cattiveria…)_
14 settembre 2018

©® Copyright testo di Marina Cianconi

 

© ® foto di Roberto Ragno