Gli abiti invenduti, vengono bruciati. Francia e Svezia cercano una soluzione a questo spreco

DI VALERY POMARO

Bruciati perchè leggermente rovinati o invenduti. Nessuna donazione e nessuna attenzione per l’ambiente. Qualcuno però si è stancato e ha detto basta a questo inutile spreco e all’inquinamento che ne deriva.

Non solo luxury brands ma anche fast fashion brands: nessuno viene risparmiato nello scandalo dei vestiti bruciati. Uno spreco che da anni vede protagonisti marchi di moda conosciuti in tutto il mondo.

E non a caso l’industria tessile si colloca al secondo posto, dopo il petrolio, come settore più inquinante. Oltre al processo di produzione, l’inquinamento viene alimentato dalla combustione degli abiti invenduti e imperfetti. Ma qualcuno dice basta e cerca di trovare una soluzione.

 

L’insostenibilità della moda

Secondo le Nazioni Unite, l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Un dato che acquista un certo spessore se si considera che rispetto al 2000 acquistiamo il 60% di vestiti in più.

E se il consumatore getta i vestiti smessi o rotti nell’indifferenziata, le aziende di moda si disfano dei vestiti non venduti o difettosi, bruciandoli.

 

Vestiti che bruciano e non solo…

 

Tra gli episodi più famosi, troviamo il caso di Burberry che nel 2018 ha bruciato le giacenze di magazzino, inclusi accessori, profumi e cosmetici, per un valore di 28,4 milioni di sterline.

Anche se la nota azienda di moda ha oggi assicurato che tale pratica non viene più attuata, rimangono altri centinaia di marchi che segretamente bruciano i loro vestiti. Una tra le tante, H&M, che solo tra il 2013 e il 2017 ha incenerito ben 90 tonnellate di vestiti. E durante la pandemia globale questo fenomeno è aumentato esponenzialmente. Nel grafico sottostante potete vedere il surplus di abiti non venduti e come questi hanno impattato i diversi brand.

 
Grafico surplus vestiti marchi di moda
 

Si stima che ogni anno, dei 62 milioni di tonnellate di vestiti prodotti, il 32% non venga venduto e il 53% finisca in discarica in meno di un anno.

Orsola De Castro, eco-designer e co-fondatrice di Fashion Revolution ha affermato in una intervista:

“La pratica di distruggere l’invenduto è una diretta conseguenza della produzione di massa, non solo Burberry ma anche molti altri marchi del lusso fanno altrettanto.

Appendini con colletti

Inoltre, nella produzione di vestiti e accessori può capitare che interi lotti vengano fabbricati con piccoli difetti di fabbricazione, a volte addirittura invisibili a occhio nudo, che compromettono la merce. Questi capi vengono bruciati o cestinati senza che nemmeno entrino nel mercato, perchè venderli a prezzo ridotto in negozi al dettaglio di fascia più bassa, significherebbe offuscare l’immagine e la forza del brand. L’esclusività e rarità del prodotto è ciò che permette al brand di lusso di giustificare i suoi prezzi,

Questo spreco, che manca di rispetto all’ambiente e alle persone coinvolte nel processo produttivo, ha un ulteriore lato crudele. Molti vestiti che vengono poi abbandonati nei cassonetti vengono prima irrimediabilmente rovinati perchè i senzatetto non possano appropiarsene per indossarli.

La totale mancanza di cuore e la crudeltà dimostrata dal mondo della moda è ciò che ha spinto la Francia a bandire queste tattiche.

 

La prima legge anti spreco al mondo

 

Dopo l’introduzione di una economia circolare che impone a produttori, importatori e distributori di donare a enti di beneficenza i beni invenduti, la Francia si è aggiudicata nel Gennaio del 2020 un importante primato: È infatti il primo paese al mondo ad aver emanato una legge anti spreco.

Donazione abiti

Questa innovativa legge prevede che i beni invenduti vengano riutilizzati, ridistribuiti o riciclati dalla casa produttrice. Oltre a quella della moda, la legge deve essere applicata anche dal settore elettronico e tecnologico, dai supermercati e dall’industria della cosmesi e dell’igiene.

 

Tuttavia anche se la legge è stata concepita con il migliore degli intenti, non sembrerebbe essere perfetta. Il politico francese Arash Derambarsh sostiene infatti che le multe applicate in caso di violazione della legge siano ridicole e che non costituiscano un deterrente sufficiente ad invertire i comportamenti dannosi delle aziende. E mentre la Francia cerca di contrastare questi comportamenti, la Svezia cerca di trovare una soluzione alternativa.

 

L’approccio Svedese

 

Con un approccio totalmente diverso la Svezia ha deciso di affrontare a suo modo l’emergenza dei vestiti bruciati e dell’inquinamento che ne deriva. E lo fa attraverso una centrale elettrica a 100 km da Stoccolma.

MälarEnergi, questo il nome della centrale, ha stipulato un accordo con H&M per bruciare le giacenze di magazzino. La differenza? La centrale elettrica situata Vasteras ha emissioni poco superiori allo 0 e bruciando i rifiuti riesce a ricavare sufficiente energia da rifornire 150.000 famiglie.

Gli sprechi sono quindi diventati in Svezia una risorsa. Sicuramente questo risolve (quasi totalmente) il problema delle giacenze, ma non mette un freno alla continua produzione di capi di abbigliamento e al consumismo che guida questo processo economico.

 

E tu, quale pensi sia il miglior approccio?

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