«Gran varietà», la trasmissione radiofonica al profumo di domenica

DI GIOVANNI BOGANI

 

La domenica iniziava con te, papà, che ti facevi la barba in piedi davanti allo specchio, con la schiuma e il rasoio.

Sulla mensola la radio dava “Gran Varietà”. Era uno spettacolo dal vivo, erano tutti allegri, c’era il rumore degli applausi del pubblico. Un teatro invisibile. Il Teatro delle Vittorie. Quali vittorie?

Boh. C’era Paolo Panelli, con la sua voce squillante e volgare. C’era Mina, con i ghirigori della sua maniera di cantare, che mi sembrava già così antica, così fuori dal tempo. Com’è possibile che un bambino riesca a percepire così nitidamente ciò che è vecchio e ciò che è nuovo?

Johnny Dorelli cantava una canzone che sapeva di America, “Mamy Blue”. “Finestre chiuse sulla via, ha spento gli occhi casa mia, e da che parte andrò non so, non so più, oh mamie, mamie blue”. Ci sentivo un mondo lontano, nella mia testa c’erano degli americani di colore che cantavano, a New York.

Mi piaceva tanto. Non sapevo che fosse la cover di una canzone francese, riscritta da un italiano, fatta cantare a un gruppo pop americano, che ebbe enorme successo in Germania. Quel gruppo pop la incise di nuovo in italiano, mentre un cantante libanese dal nome americano ne realizzava la versione in tedesco.

Tu, papà, ti facevi la barba con lentezza, per tutto il tempo di “Gran Varietà”. Era la trasmissione della barba e della schiuma.

Andavo alla messa, da solo perché voi non avevate l’abitudine proprio. La messa era una cosa mia, una conquista mia. Ci andavo da solo, non per incontrare gli amici, non perché me lo imponesse qualcuno, ma per un impegno, uno sforzo, un sogno mio, solo mio. Salivo fino a quella chiesetta in cima alla collina, e ascoltavo i due frati cappuccini, Artemio e Flavio.

Erano, agli occhi del bambino che ero, due ragazzi giovani, due idealisti, due che vedevano qualcosa. Avevano entusiasmo, erano sinceri, credevano davvero a ciò che dicevano. Chissà dove sono finiti, ma soprattutto: chissà se erano quello che credevo, se sono rimasti quelli lì.

La domenica si compravano, in casa, anche le paste. Come in ogni famiglia borghese. In pasticceria, compravate un vassoio di paste.

La minuscola gioia supplementare della domenica. Il vassoio veniva chiuso con la carta colorata col nome della pasticceria, e con un nastro. Il pasticciere con le forbici stirava il nastro, che si imbizzarriva e si attorcigliava in mille riccioli bellissimi. Erano la cosa più bella di tutte.

Delle paste non mi importava, non sono mai stato goloso, ma di quella gioia che portavano in casa, di quella piccola idea di festa, sì. Ti lasciavo, mamma, le bavaresi, i bigné allo zabaione e i babà, che ti piacevano tanto, forse perché c’era il liquore, e quello era un modo innocente per bagnarsene le labbra.

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Pubblicato da scrignodipandora

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