I nominati

DI MARINA AGOSTINACCHIO

Il saggio “Lingua ed Essere”, di Kübra Gümüsay, scrittrice tedesca di origine turca, è uno dei libri più letti in Germania.
Rifletto, attraverso le parole della giornalista della rivista online Doppio Zero, Emanuela Anechoum, su come una lingua segni i contorni di noi individui nel contesto di vita che attraversiamo, dandocene consapevolezza, una consapevolezza che potremmo definire ancestrale.

La parola nomina le cose e nelle cose c’è tutto ciò che costituisce noi e il nostro rapporto col mondo. Prendere consapevolezza delle cose vuole dire nominarle, dar loro un volto, sensazioni, pensiero, emozioni, capacità di giudizio.

Scopro, leggendo l’articolo della Anechoum, che tutto questo magma di percezioni, pensiero, visione del mondo varia in base alle parole che impariamo, dal significato che diamo loro, dalla lingua che parliamo.

Di seguito leggo che “Una popolazione dell’Amazzonia brasiliana, i Pirahã, non usa i numeri. La loro lingua non li prevede – esiste la parola uno, due, e molti. Di conseguenza, i Pirahã non sono capaci di fare calcoli, neppure i più semplici. Non hanno i tempi verbali: per loro esiste solo il presente. Il loro stile di vita è fortemente influenzato da questa struttura linguistica, per cui non hanno sviluppato la memoria a lungo termine, e spesso non ricordano neppure il nome dei loro nonni, una volta deceduti.

Non fanno progetti per il futuro aldilà del prossimo, il loro concetto di risparmio o conserva si limita a uno span di massimo poche settimane.” E di seguito leggo che lingue, come il turco, l’indonesiano, il giapponese, non hanno genere, usano solo il neutro. Mentre sappiamo che le lingue neolatine hanno il maschile e il femminile. Mi chiedo se non ho un genere linguistico, come posso fare allora, in un discorso, a immaginare una persona di cui non so il genere di appartenenza.

Certo, una persona che conosce più idiomi, dalle diverse caratteristiche grammaticali, può ritrovare in sé i diversi aspetti della propria personalità, parti di un tutto che convivono ed emergono ora le une, ora le altre, a seconda delle situazioni e della lingua che si parla. Una lingua è rivelatrice di un universo: il nostro così ricco, per certi aspetti ed anche inconoscibile.
Usare una lingua dovrebbe essere un atto di consapevolezza, di responsabilità, un atto critico.

Non sempre è così. Molto spesso più che pensare alle parole che diciamo, le usiamo. La giornalista sottolinea infatti come ciò sia coerente con il modo in cui le trattiamo.
Oggi più che mai si scrive. Pensiamo ad esempio al cellulare: da questo strumento possono essere inviati messaggi, mail; o ancora pensiamo ai social in cui tutto un mondo pullula di frasi, aforismi, poesie, pensieri, opinioni… insomma di scrittura a diversi livelli.

Tutto ciò che anima qui la scrittura è indicativo di una società compulsiva e di noi, individui, che abbiamo estremo bisogno di affermare la nostra esistenza, ponendoci in relazione fasulla con l’altro. E il nostro parlare non è mai un vero dialogo, poiché si spende in discorsi rivolti a una molteplicità di persone che ci leggono.

Avvertiamo con senso spasmodico la necessità di dire di noi, quasi a volere validare l’esattezza con cui gli altri nel frattempo ci hanno misurato.
Nel mondo dei social ci definiamo in modo sempre più dettagliato e circoscritto, quasi fossimo isole costruite su parole, frasi, discorsi. Nello stesso tempo, però, in noi si afferma anche un’opposta necessità: fare parte di una comunità, quella appunto dei social.

E qui è il punto. All’interno di questo grande contenitore, se vogliamo farne parte, dobbiamo essere come gli altri ci vogliono vedere, attraverso raggruppamenti “in genere, classe sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, religione”…

Dunque la lingua appare in alcuni casi strumento per sentirci dei nominanti che attraverso giudizi, opinioni, (prodotti di pregiudizi o di pregiudiziali), decreta la sorte dei nominati. I quali poi per non essere confinati nella terra degli invisibili, preferiscono in alcuni casi stare al gioco del “Sono quello che dici di me”, spesso galleggiare tra un’accettazione di un come mi vede l’altro e un timido alzare la testa, perché così come siamo (“classe sociale, dell’orientamento sessuale, del colore della pelle, della religione…”) non piacciamo.

E pensare che un sano dialogo, «conversare, discorrere – composto da dià, “attraverso” e logos, “discorso” (che non può prescindere da un uso consapevole della parola) dialogo anche come ascolto attento dell’altro, basterebbe in piccola parte per avere una visione di un mondo eterogeneo fatto di tante parti, basterebbe a ridimensionare il nostro ego per dare spazio all’altro.

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Pubblicato da scrignodipandora

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