Il cerchio magico del potere

DI ANTONIO MARTONE

 

Indubbiamente, ci sono differenze incolmabili fra le varie strutture politiche che hanno abitato la storia.

Enorme, infatti, è la differenza fra forme di potere che ci appaiono lontanissime: dall’Egitto dei Faraoni all’Atene di Pericle, dagli Imperatori romani ai Capi militari asiatici, dagli Imperatori medioevali ai Papi, dall’imperatore dei francesi al Fuehrer del nazismo, dai Presidenti americani a quelli delle democrazie europee.

Eppure, se volessimo trovare un minimo comun denominatore nelle diversissime forme di potere che hanno attraversato l’umanità (ciò che fa sì, appunto, che le si possa identificare tutte “in quanto” potere), questo sarebbe dato, a mio parere, dal fatto che tali forme tendono tutte verso un punto “sovrano”.

Un punto, cioè, che si dispone al di sopra di tutto e che, con la forza che gli deriva dall'”autorità”, valorizza tutto.
Non ci sono eccezioni: qualsiasi forma di potere – dispotico o democratico che sia – è tale soltanto nella misura in cui esso esso esercita una forza attrattiva a cui si può soltanto relativamente resistere.

Come si vede, quindi, la questione del potere è anzitutto “antropologica” e varrebbe davvero la pena sforzarsi di comprendere perché gli uomini ritengano indispensabile “fondarsi” attorno ad una bandiera/struttura di di potere.

Fra dispotismo e democrazia, tuttavia, una differenza comunque permane: quanto più i consociati, sudditi o cittadini, sono distanti dal centro (il “cerchio magico” del potere) tanto più essi sono considerabili in quanto membri di una comunità democratica.

Nella nostra contemporaneità, quanto, e in che modo, possiamo dirci autenticamente liberi? Io direi che questa sia – oggi e sempre – la domanda politica par excellence.

 

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