Il costruttore

DI ELISABETTA DE MICHELE

 

Tommaso voleva guardarsi dentro; quanto avrebbe dato per poter viaggiare tra la materia grigia e vedere i meccanismi che stavano dietro ai suoi pensieri! Dicevano tutti che era un po’ strano, e lui rispondeva loro l’esatto contrario. Per non divulgare i suoi strani desideri, quella sera quando vide la stella cadere si tenne stretto a sé ciò che aveva espresso.

Fino all’ultimo ci aveva sperato, ma quando mezzanotte era ormai passata abbandonò il falò di San Lorenzo sulla spiaggia per tornare a casa, lasciando lì ai suoi amici quindicenni più nottambuli la sua vana speranza; rientrato in camera sua si buttò sul letto senza nemmeno togliersi le scarpe, affranto.
Dormiva da pochi minuti quando accadde.

Qualcuno lo stava scrollando mentre suonava un campanaccio e urlava: “ultima chiamata per Grey! i passeggeri sono pregati di affrettarsi verso il binario 404”
Tommaso in quattro e quattr’otto si ritrovò in un vagone deserto. Nemmeno il tempo di formulare la domanda al controllore che già le porte si aprirono e si udì lo stesso campanaccio di prima con la voce che questa volta esortava a scendere per visitare Grey City.
All’esterno trovò qualcosa di molto inquietante ad attenderlo: il nulla. E questo nulla era tutto grigio.

L’unica cosa presente era un cartello, anch’esso grigio, che riportava questa scritta: “per quello che stai cercando”, con una freccia che indicava di svoltare a sinistra. Tommaso seguì l’indicazione, mentre dentro di sé continuava a ripetersi che si trattava senz’altro di un sogno o di un’allucinazione, e che nemmeno nei sogni o nelle allucinazioni migliori un viaggio in treno durava così poco, meno di un battito di ciglia.

Dietro quell’angolo inesistente in mezzo al nulla vide un omino tutto grigio. Gli si avvicinò e rimase sbalordito da quello che quell’uomo, se mai di un uomo si trattasse, stava facendo: aveva appena posizionato l’ultimo tassello di un gigantesco castello di carte (tutte grigie ovviamente) e con un colpo di mano lo stava già distruggendo.

Poi, senza curarsi del nuovo arrivato, raccolse nuovamente le carte e si rimise a costruire un castello, ancora più
grande e complesso del precedente. Tommaso mentre lo osservava notò la targhetta che quest’uomo portava sul petto; c’era scritto sopra “Ramino il costruttore”, ma fu subito distratto dal rumore delle carte che cadevano a terra.

Un altro castello costruito e distrutto… l’omino grigio riprese il suo lavoro di costruzione sulle macerie di ciò che aveva appena disfatto; lavorava con meticolosità e con una certa ossessione.

Tommaso era lì pronto con il suo quesito ma aspettava il momento più adatto, anche perché sotto sotto era affascinato da tutto quel lavorio e disfacimento; era una dimensione a lui famigliare anche se non ne capiva il perché.

Ecco che a un certo punto Ramino, dopo aver soffiato via le carte dall’ultimo castello costruito, si alzò per prendere un nuovo mezzo di carte. Era arrivato il momento:
“Perché lo fai?”
“E tu? Perché lo fai? Costruisci castelli in aria tutto il giorno. E tutto il giorno li disfi, li rifai, ne costruisci di nuovi…e il più delle volte nemmeno te ne accorgi”
Tommaso si mise a rifletterci sopra per un bel po’, mentre osservava il costruttore che riprendeva il suo gioco
“Smetteremo mai?” gli domandò a un certo punto
“Certo che smetteremo. Quando capiremo che vi è in noi tutto il costrutto”.
Il tempo parve dilatarsi e il ragazzino rimase a osservare il movimento delle carte senza nemmeno sbattere gli occhi, sentendosi sprofondare in uno stato di profonda trance.

La radiosveglia sul comodino suonava “Morning glory”; Tommaso si alzò di scatto, facendo scivolare sul pavimento un asso di cuori grigio scivolato fuori dalla manica della sua camicia sciupata dal sonno e ancora piena si sabbia dalla sera precedente.

Immagine tratta dal web