#Il gioco: come essere respiro dell’impossibile

DI MARINA AGOSTINACCHIO

 

 

La chiamano ” estetica delle relazioni”.
La bellezza della reciprocità, del racconto che passa nello spazio sensibile del suono e dello sguardo senza filtro.
In questo spazio di realtà possiamo costruire esperienze, avvicinamenti, poi legami. Possiamo costruire percorsi immaginifici proprio perché siamo immersi nella vita che imitiamo con personali esibizioni dove la vita la sfidiamo gettandola oltre la regola e il limite conosciuti.

E a questo ci siamo addestrati attraverso il gioco.
Fin da piccoli abbiamo imparato ad osservare, a catturare le cose degli adulti, persino il linguaggio per mescolare, secondo la pozione del mago, gli ingredienti specifici e avvicinarci agli altri in modo sempre nuovo tra illusione, finzione, già visti in qualche parte dell’ inconscio.

Da bambine mia sorella e io prendevamo oggetti di casa, giocavamo a fare i grandi. Pettini, forbicette, di nascosto, erano le prede preferite, mentre i nostri genitori dicevano di non toccare le cose dei grandi. Avremmo dovuto sostituire quello che per noi era il “gioco dei grandi”, con un simulacro e ciò era un vero e proprio inganno.
Ricordo una volta in cui abbiamo preso di nascosto i costumi da bagno della mamma, calzandoli sulla testa dal lato dell’ apertura di una gamba. Facendo volteggiare i costumi nell’ aria, eravamo le gemelle Kessler che cantavano il “dadaunpa”.

Era il gioco della vita che concretizzava un sogno, era il pensiero di un’ azione che diveniva atto creativo.
E poi c’ era il gioco della strada. In estate la via che abitavamo poteva essere percorsa da noi bambini. Rare le auto. Si giocava a scalone, a guardia e ladri, a uno due tre stella. Si faceva teatro in giardino. Persino i compiti di scuola assumevano la leggerezza sotto al cedro del Libano.
La campagna era di fronte… il pastore con le pecore che scendevano per pascolare lungo l’ argine così prossimo alle case da fare parte di quel paesaggio di città non città. Possiamo costruire l’ esperienza anche partendo dal gioco come forma mimetica dell’ esistenza. Bambino e adulto convivono in uno spazio simbiotico dove in età infantile viviamo per approssimazione tutto l’ esistere di quelli che ci appaiono idoli, eroi, maestri di vita.

Siamo i lillipuziani o i nani sulle spalle dei giganti così pieni di saggezza perché abbiamo il dono profetico di uomini e donne in divenire. Dove con l’ io proiettato nell’adulto, gli adulti stessi seguono il processo inverso, arricchito di visioni e immagini mai conosciute.
Conservo personalmente questa dimensione ludica anche oggi nella mia terza età. Gioco ancora con i figli attraverso adattamenti timbrici- vocali, imitando voci particolari di “gente” di passaggio tra canali televisivi e strada. Da ex insegnante, ricordo alcune attività didattiche che si prestavano a un’ esaltazione percettiva dell’ universo conoscitivo per gli alunni, proprio in forza del mettermi ” in gioco” con la voce e con il corpo, giocando.

Mondo interno e mondo esterno interagivano con l’ immaginazione. Potente e innata caratteristica genetica che appartiene a noi tutti se scegliamo di potenziarla, di innaffiarla, di tenerla in vita con gli anni.
Secondo la pedagogia, “… nel gioco si rafforzano i legami sociali; inoltre il gioco si propone come dialogo intergenerazionale e interculturale…” Attraverso il gioco si decostruiscono regole e se ne creano di nuove, si definiscono cosmologie e visioni del mondo… La giocosità è uno dei sistemi emozionali attraverso la cui esperienza si costruisce materia cerebrale in tutto l’ arco della vita” ( AA VV – “Archeologia della mente”- Raffaello Cortina editore- Milano 2014).

È pur vero che con la drammatizzazione ludica si creano pregiudizi e spesso un pensiero costruito attraverso stereotipi. Ma la mente porosa dei piccoli può essere aiutata a fare cogliere i valori di somiglianze e affinità, proprio all’ interno delle differenze. Da piccola ricordo che proiettavo me stessa nelle vite di persone a me care, o di persone del mondo dello spettacolo con cui creavo idealmente apparentamento.
La vita delle zie sempre per me belle e vestite” come di luna e di stelle” erano nello spicchio della vacanza il modello a cui ricorrere nel gioco. Parlavo sola, fingendo dialoghi, creavo situazioni mai lineari, mettendomi alla prova per il gusto di superare il limite, l’ inciampo, le incertezze.
Forse già allora facevo prove tecniche di quella che si sarebbe rivelata poi la mia vita.
E poi ricordo i periodi delle vacanze natalizie in Puglia, terra dei genitori, nelle case di amici dove era in uso il gioco delle carte e dei giochi da tavolo. Lì osavo andare verso l’ impossibile ma sapevo anche non oltrepassare la soglia. Era come affacciarmi sull’ orlo di un burrone, provarne l’ ebrezza e non cadere.

Nel gioco ho scoperto la facoltà dell’ ironia come potente arma di salvezza da pericoli di aggressività, di esclusione, di presa di considerazione eccessiva, di se stessi.
Abbiamo tutti una grande responsabilità nei confronti dei più piccoli.

 

Riconoscere la bellezza del gioco, mantenere in loro la dimensione ludica, sapere conservarla in noi anche centenari…
Se una parte di me è rimasta ancorata con l’ immaginazione all’ universo dell’ impossibile, è anche merito dei miei genitori e degli insegnanti che ho incontrato nel mio cammino.

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Pubblicato da scrignodipandora

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