Il maestro Guerrini

DI GIOVANNI BOGANI

 

Ero lì, col mio sogno, col sogno di comprare il mio registratore, il Grande Giocattolo che desideravo da mesi.

Volevo comprarlo, con i miei soldi. Non so se ti spiegai bene che cosa significava, per me, tentare di registrare una canzone, registrarla come si deve.

Era stata già abbastanza dura imparare a suonare tutti quegli strumenti, senza aver mai preso una lezione, comprando tutto da quel vecchietto in via Ricasoli, il signor Guerrini, un vecchio gentile che nel suo negozio accoglieva giovani e sognatori di tutti i tipi, e aveva sempre una chitarra usata appena arrivata, guarda com’è bella…

Io ne avevo comprata una per poche lire. Poi avevo barattato la chitarra per un vecchio clarino, poi davo indietro il clarino, ci mettevo quindicimila lire e portavo a casa un sax tenore: nel frattempo avevo imparato le scale sul clarino, e con il sax mi sembrava già di essere Lucio Dalla, o John Coltrane.

Ero anche finito a suonare, ogni martedì sera, in un gruppo dove facevano una specie di jazz. Suonavo Mark Almond, i brani di una cassetta degli anni ’70 che avevo trovato chissà dove. E suonavo gli assoli di sax.

Per un anno nessuno si è accorto di niente, non si sono accorti che sapevo fare solo quegli assoli lì.

Mamma, che ne dici? Vuoi che diventi un grande musicista, un cantante, uno che dice le cose che nessuno ha detto mai? Vuoi che ti mantenga con i diritti d’autore di canzoni che tutti canteranno nei prossimi cent’anni? Avrei voluto dirti questo. E ti guardavo in silenzio.

Mi dicesti solo: “Per me, no di certo”. Non li dovevo buttare via, quei soldi. Quelle cinquecentomila lire. Non provasti a capire che cosa stavo sognando da mesi. Proprio tu che amavi la musica, che di tutti i mobili della casa amavi più di tutti quel pianoforte. E io pensai che se non riuscivo ad appassionare te, non avrei appassionato mai nessuno.

Forse era vero, nessuno mi avrebbe ascoltato mai. Ma tu hai sbagliato, quella volta. Potevo provare, andare in campo e giocare. Magari non avrei preso nemmeno un pallone, ma potevo provare. Hai sbagliato a non volerne ascoltare nemmeno una, di quelle mie canzoni disperate, storte, senza ritornello, scarne e spoglie come le ballate di Guccini, certo senza averne la poesia. Ma chissà, magari ci trovavi dentro qualcosa di buono, magari ci trovavi dentro tuo figlio.

Un giorno, però, mi dicesti una cosa proprio giusta. Dicesti “chi non fa, non falla”. Essere al mondo è una garanzia che commetteremo errori. Tutti. Fare significa sbagliare, siamo tutti imperfetti, tutti sbagliati, cumuli di incertezze, di errori, di decisioni sbagliate, di ottusità maldestre. Di male infinito che facciamo agli altri, pur amandoli.

Pubblicato da scrignodipandora

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