Il ricordo di Srebrenica 26 anni dopo il massacro

di Stefania De Michele

È una ferita aperta da 26 anni, da quando le truppe serbo-bosniache di Ratko Mladić entrarono a Srebrenica e uccisero, in modo organizzato e sistematico, più di 8.000 uomini e ragazzi musulmani, mentre 30.000 persone, tra donne e bambini, vennero deportate.

È l’episodio più sanguinoso del conflitto nella ex Jugoslavia, durato dal 1992 al 1995.

I resti di 19 vittime, ritrovati sparsi in più di 70 fosse comuni e identificati col metodo del dna, vengono seppelliti oggi, nel giorno della commemorazione, nel cimitero monumentale di Potočari.

“Quando Srebrenica è caduta, mio nipote ha cercato di fuggire attraverso la foresta con suo fratello e mio marito. Non sono più tornati – racconta Rahima Halilovic – Abbiamo sepolto mio marito, lui, Esnaf. Adesso seppelliremo mio nipote e non abbiamo ancora trovato suo fratello, Almir”.

Devla Ajsic è una sopravvissuta agli abusi sessuali subiti in quei giorni, nonostante avesse cercato riparo, insieme ad altri migliaia di bosgnacchi, nel complesso delle Nazioni Unite ora divenuto un rudere.

Lei e molti altri vennero consegnati ai serbo-bosniaci dai Caschi Blu dell’Onu, che avrebbero dovuto proteggerli.

“Mi sono chiusa tutto dentro per 26 anni e ho sofferto in silenzio – dice Devla – Non avevo nessuno con cui confidarmi, nessuno con cui condividere il mio dolore. È difficile per me camminare attraverso Potocari, è difficile. Ma ho dovuto parlare, non ce la facevo più”.

8372 nomi sono scritti nel Memoriale di Potočari. Persone di cui sono stati ritrovati i resti e a cui i familiari possono dare sepoltura e altre di cui ancora non si sa nulla.

Nel tweet: “Ogni giorno ricordiamo, un giorno non dimentichiamo.”

Per l’orrore di Srebrenica sono state condannate ad oggi 50 persone – più di 700 anni di carcere in totale – tra le quali anche Ratko Mladić – comandante di stato maggiore dell’esercito serbo bosniaco (VRS) – condannato all’ergastolo lo scorso 8 giugno.

Pubblicato da scrignodipandora

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