In «Tre piani», film riflessione, Nanni Moretti torna alla regia dopo sei anni

DI GIOVANNI BOGANI

“Voi giornalisti mi avete spesso, generosamente, attribuito qualità profetiche. Ebbene, volevo dirvi che quattro anni fa, quando ho cominciato a pensare al film, sapevo che l’11 luglio 2021 l’Italia si sarebbe battuta su tre piani: tennistico, cinematografico e calcistico. Ed è proprio uno dei motivi per i quali ho deciso di realizzare questo film, e di chiamarlo ‘Tre piani’…”.

Nanni Moretti esorcizza così la congiuntura astrale che ha voluto che, nello stesso giorno della prima mondiale del suo film in concorso a Cannes, l’Italia arrivasse ad altri due appuntamenti sportivi di quelli che non si dimenticano, rischiando di distrarre anche i critici più attenti. “Tre piani” è il film con il quale Nanni Moretti torna alla regia sei anni dopo “Mia madre”, e con il quale torna in concorso al festival di Cannes, dove vent’anni fa vinse la Palma d’oro per “La stanza del figlio”. Quella è anche l’ultima vittoria di un film italiano sulla Croisette.

Tratto da un romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo, pubblicato in Italia da Neri Pozza, “Tre piani” è interpretato da un cast affollatissimo, che va da Margherita Buy a Riccardo Scamarcio, da Alba Rohrwacher a Tommaso Ragno. Oltre alla presenza, carismatica e imprescindibile, dello stesso Moretti. Che si racconta, con grande sincerità, a poche ore dal tappeto rosso più delicato e importante della sua vita. “Perché il film”, spiega, “fino ad ora non lo ha visto nessuno. In Italia non è uscito, e lo abbiamo visto soltanto alla proiezione di prova, alle tre di stanotte, nel Grand Théatre completamente vuoto”.

Nanni, che cosa rappresenta per lei “Tre piani”?
“Per me è una riflessione sui grovigli nei quali ci nascondiamo. Sulla capacità di sbloccarci e di aprirci agli altri. Ed è una qualità che, nel film, hanno soprattutto i personaggi femminili: quelli maschili restano inchiodati ai loro ruoli, sono rigidi, più ancorati alle loro paure”.

È un film nel quale il dolore entra in scena…
“Ma non è un film triste: è anche un inno alla vita. C’è umanità, c’è pietà”.

È il primo film che non nasce da un suo soggetto. Come è andata la genesi, e quali differenze ha comportato?
“Da un anno, con Federica Pontremoli e Daria Santella, giravamo un po’ a vuoto su un altro soggetto, quando Federica mi dice: ‘Perché non leggi questo libro, ‘Tre piani’?’. Ho capito immediatamente che sarebbe stato il mio prossimo film. Perché parla di temi morali, del senso di giustizia, di colpa, della responsabilità di essere genitori. Tutti temi che mi interessano moltissimo”.

Che rapporti ha avuto con l’autore del libro?
“Gli ho mandato una mail, spiegandogli che volevo fare un film dal suo libro. Ha pensato che fosse lo scherzo di uno che si fingeva Nanni Moretti. Poi ha capito che era vero. Ho organizzato una proiezione per lui: mi ha scritto cose bellissime, che per pudore ho omesso nella cartella stampa per i giornalisti italiani”.

Era stato mai tentato di fare film da soggetti non suoi?
“Sì, varie volte. Per un certo periodo ho pensato a trarre un film dal secondo romanzo di Andrea De Carlo, ‘Uccelli da gabbia e da voliera’. Non mi sento affatto diminuito come autore, se trovo nel libro di un altro temi, personaggi, sentimenti che amo”.

“Tre piani” è un film corale, in cui lei si ritaglia un ruolo più defilato, anche come attore.
“Ho fatto una scelta netta: evitare qualsiasi protagonismo. Non voglio più il protagonismo soddisfatto di sé, né nella regia, né nelle interpretazioni. Sono contrario all’esibizionismo”.

Il film era pronto per Cannes nel maggio 2020. Poi la pandemia ha sconvolto tutto. È stata dura aspettare più di un anno, pur di fare la prima al festival di Cannes?
“Due anni fa mi sarebbe sembrato impossibile tenere un mio film nel freezer per un anno e mezzo. Invece, si è rivelato possibile. Non ho toccato niente, dal momento in cui ho finito il montaggio, un anno e mezzo fa”.

Che cosa ha fatto in questo anno e mezzo?
“Ho lavorato alla sceneggiatura di un nuovo film, che ho appena finito e del quale sto facendo i primi provini. E in questo anno e mezzo, ho detto al mio produttore Domenico Procacci ‘non dirmi quanto offre Netflix per mettere il mio film direttamente sulla piattaforma, scavalcando la sala cinematografica: non lo voglio sapere”.

E’ ostile a Netflix?
“No. Ma amo i film al cinema, ancor prima che come regista, attore o produttore, come spettatore. I film al cinema sono una cosa di cui non riesco a fare a meno nella vita”.

Ma anche lei vede serie sulle piattaforme?
“Sì, con moderazione: ho amato molto ‘Il metodo Kaminski’. Ma dico solo che ho pensato questo film per il cinema, e non volevo che si evitasse questa tappa, per me fondamentale. In generale, temo che se le piattaforme domineranno la scena, non si facciano più film personali, ma prodotti uguali a quelli che già ‘funzionano’, film omologati. Io amo lavori personali, non standardizzati, da vedere al cinema”.

Da qualche tempo lei è scatenato su Instagram. Ha scoperto i nuovi social?
“Una volta c’erano gli extra dei dvd: le pillole che metto su Instagram sono un po’ l’evoluzione degli extra sul dvd. La notte scorsa avevo la prova tecnica della proiezione alle tre e mezza di notte: per ingannare il tempo ho montato un video per Instagram”.

Quale musica ha scelto per il suo red carpet?
“Ho scelto ‘L’allegria’ di Jovanotti, cantata da Gianni Morandi. Ha vinto con stretto margine su Mahmood”.

Il suo film è affollato di attori. Ha fatto dei provini?
“A tutti, anche a Scamarcio, tranne che a Margherita Buy. Anni fa vidi Meryl Streep nella stessa stagione interpretare una suora nel ‘Peccato’ e cantare in ‘Mamma mia!’. Ecco, Margherita è la Meryl Streep italiana. Può fare ogni tipo di ruolo, e sempre al meglio”.

Come la ha cambiato la pandemia?
“Che esistessero gli altri lo sapevo già: che esistessero forti disuguaglianze sociali lo sapevo già. Che la morte facesse parte della vita lo sapevo già. E anche che la fortuna gioca un ruolo importante nelle nostre vite. Il covid ha reso evidenti tante cose che erano già chiare”.

Che cosa direbbe ai giovani che vogliono fare cinema oggi?
“Che serve tutto: seguire la lavorazione di un film, frequentare una scuola di cinema, leggere narrativa. Tutto. L’unica cosa che non serve è sentirsi incompresi dal Sistema cattivo. Se vali, emergerai”.

L’ultimo film che ha amato?
“Ho amato moltissimo ‘The Father’, con Anthony Hopkins. Per come è costruito, per quello che racconta, per come è interpretato”.

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

Sito web di cultura e società