Insulti in una chat di gruppo: quando è reato?

Capita spesso di essere inseriti in chat di gruppo su diverse applicazioni di messaggistica istantanea con numerosi partecipanti (“Whatsapp”o “Messenger”, per fare degli esempi).
Non è raro in questi casi, che, da una semplice discussione tra alcuni membri, questi possano sfociare nell’insultarsi reciprocamente, oppure a denigrare altre persone, non facenti parte della chat medesima o al momento disconnesse.
Distinguiamo subito le due ipotesi.
Nel caso in cui si dovesse insultare direttamente un membro della chat, che quindi percepisse l’offesa immediatamente, in quanto presente nel gruppo, ma soprattutto connesso in quel preciso istante, si tratterebbe di “ingiuria”, peraltro aggravata dalla presenza (seppur virtuale) di più persone.
Tale ipotesi è stata oramai depenalizzata e pertanto non costituisce reato, ma semmai una grave carenza di educazione, che dovrebbe sempre permeare conversazioni tra più persone (oltre che valido motivo per richiedere un risarcimento in sede civilistica).
Diverso sarebbe nel caso in cui l’insulto (chiaramente riconducibile ad un preciso soggetto) fosse rivolto ad una persona assente (non presente tra i membri della chat) o non connessa in quel momento, la quale venisse a percepire l’offesa in seguito alla sua connessione o per il tramite di altri partecipanti.
Si configurerebbe, in tale ipotesi, il reato di diffamazione, di cui all’art. 595 c.p.
Sul punto si è espressa la Corte di Cassazione, con una recentissima sentenza (sez. V Penale, sentenza 25 febbraio – 31 marzo 2020, n. 10905): “l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore”.
da l’Angolo del Diritto Penale

Pubblicato da scrignodipandora

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