“La camera celeste” di Anna Viale, una narrazione che ha il sapore delle favole

DI CRISTINA BELLONI

Titolo: La camera celeste
Autore: Anna Viale
Edizione: Gilgamesh, 2014
Link Amazon: Formato kindle – Formato Cartaceo

Livia e Flaminia sono due sorelle che vivono a Roma, hanno una vera passione per i classici e l’ornitologia e nello sgabuzzino un’ingombrante valigia piena di soldi ereditata dal padre, avvocato e ciurmatore assai poco compianto.

Alla strada hanno sempre preferito il salotto di casa e del mondo sanno poco e nulla.

Invece Zelvira, ai tempi compagna di scuola di Livia, è una tipa sveglia e Flaminia ne subisce il fascino: telefonini, trucchi, ragazzi; la leggerezza, finalmente! Una leggerezza che le porterà a Pisa e Livia dietro a loro, all’inseguimento, ma il tutto avviene, appunto, con la leggerezza che è la cifra stilistica dell’intero romanzo.

Un romanzo che scivola dalla realtà al sogno, andata e ritorno, che scorre, a tratti carsicamente, senza strappi, con la dolcezza senza tempo della fiaba e un’ironia tutta moderna, consapevole e sorniona, a cui è deputato il compito di indorare un’amarezza di fondo che assume così i contorni di un piccolo incubo.

Uno sguardo lineare che tende all’allontanamento e da cui spontaneamente scaturisce il surrealismo.

Un surrealismo a pastelli. La tinta è celeste, naturalmente.

“La camera celeste” è la storia di due particolari e introverse, giovani sorelle che, rimaste orfane di un padre poco amato, vivono solitarie nella loro casa tra libri, vestiti fuori moda, la passione per l’ornitologia e una valigia piena di quattrini.

Il loro mondo verrà stravolto dall’arrivo di Zelvira, una vecchia compagna di scuola di Livia, la maggiore, che convincerà la più piccola, Flaminia, a lasciare il loro rifugio ed a fuggire con lei, rubando la cassetta con il denaro.

Eccettuati i soldi, i conti e i miei uccelli che a gruppi, planando, s’aggiravano nella mia testa come fosse una spianata di semenze, io ora trovavo il tempo per tutto, per ogni cosa. Leggevo, studiavo, pulivo i pavimenti e pensavo di dover fare della casa, della nostra casa, un nido: il nido dell’allocco. Uno spuntone di tronco duro e morbido come una sola piuma, pieno di libri e di romanzi. Li leggevamo lentamente: parola per parola e virgola dopo virgola come si usa con le ostriche francesi, il caviale del Volga, lo strudel e il parmigiano. Io restavo sempre secca, e logico, ma quando giungeva la sera, il crepuscolo e il lentissimo tramonto, quelle ore nostre gorgogliavano tutte di trame, di poemi e di bellezze.”

Racconto surreale e fantasioso è impreziosito da descrizioni vivide e frondose, quasi barocche, di scene reali o immaginarie; da personaggi ora grotteschi, ora delicati che accompagnano la storia nel suo dipanarsi onirico.

Quasi un universo a se stante, lontano dalle concretezze del vivere quotidiano, scandisce il rapporto tra le due sorelle. Gli interminabili confronti letterali, la ricerca di capi di vestiario demodé e particolari, l’amore per gli uccelli e le loro varietà, il contare e ricontare il denaro, occupazione ossessiva da parte di Livia, ritmano l’esistenza solitaria delle due donne; sino alla comparsa di un agente esterno, subdolo e destabilizzante: Zelvira, che scompaginerà il loro sodalizio e cambierà per sempre le loro vite. Un altro tema conduttore è il singolare rapporto con il sesso e con il genere maschile che si snoda per tutta la narrazione.

Dal padre avvocato o forse truffatore, poco amato e non compianto, ai clienti dello studio, provocati e poi scacciati dalle ragazze; fino all’interminabile sequela di personaggi che nella “camera celeste” si intratterranno con Flaminia per poter fare in modo di riacquisire il patrimonio, rubato dalla infame amica,

Non c’è un inizio vero e proprio e nemmeno un finale definito, l’autrice si concentra sulla rappresentazione di un mondo di sensazioni e di rimandi che giocano il ruolo di veri protagonisti.

Ma era tutto quel celeste attorno che mi piaceva, mi piaceva un sacco. Voltavo lenta lo sguardo e quei drappi spandevano lungo tutti i muri una luce azzurra dolce e intensa; e il suo fluire, quel barbaglio lieve e leggero, il suo ritrarsi negli angoli e poi riapparire improvviso fra le pieghe più buie e più spesse, mi parve l’alba e il tramonto, il cielo. Un cielo piccolo però: sospeso. Un’aria azzurra che baluginava in mezzo al mondo; senza il mondo”

 

Una narrazione che ha il sapore delle favole e che trasporta il lettore in ambiti in cui è la fantasia a scandire tempi e luoghi.

Immagine tratta dal web