La laurea

DI GIOVANNI BOGANI

 

La laurea. Non ci avevo mai pensato, a quanto per te fosse importante. Mi sognavi laureato, mi sognavi sposato. Avevi sogni semplici, in fondo. Hai amato, hai voluto bene, hai accettato tutte le ragazze che ti ho fatto conoscere.

Non hai mai pensato che fossero cattive, non hai mai pensato male di nessuna di loro. Avevi solo paura che mi portassero lontano. Lo hai temuto con Kanika, la ragazza che veniva da Nuova Delhi, e lo avevi temuto con Paz, che veniva dalle Filippine. Avresti voluto che io fossi felice, ma non troppo lontano. Ma non sei mai stata ostile a nessuna di loro: persino quando ne hai vista una che era identica alla ragazza che frequentavo l’anno precedente.

Se ci penso, mi sembra impossibile. Quante cose completamente impensabili ci accade di fare, nella vita.

Quel giorno del 1981, quel giorno di quasi estate, quel giorno in cui avevo diciotto anni. Voi al mare, io rimasto a Firenze, a dare – senza avervelo detto – la maturità, un anno prima. “Vi raggiungo fra qualche giorno”, vi avevo detto. Senza dirvi perché.

Ero riuscito a nasconderti mesi nei quali avevo studiato, nel pomeriggio, non le materie dell’indomani a scuola, ma quelle dell’anno successivo. Da solo, su libri comprati a caso, non quelli di testo dell’ultimo anno, perché costavano troppo.

Avevo cominciato a gennaio a coltivare quella strana idea, avevo cominciato a studiare delle cose strane, la Restaurazione, il Risorgimento, la letteratura del Novecento, Montale, Ungaretti. E altre cose che capivo ancora meno, come la fisica e la matematica, il greco e il latino dell’ultimo anno.

Tu non ti sei accorta di niente. Del resto, non mi hai chiesto una sola volta, in tutta la vita, se avevo studiato. E te ne sono grato.

Non mi hai mai fatto pressioni, non hai mai preteso che io fossi bravo. Non ti interessava che io primeggiassi, che io vincessi nessuna gara. Non volevi che io fossi il migliore, non ti importava.

E neanche facevi come la zia, che quando studiava suo figlio impediva a chiunque di entrare nella stanza. “Sta studiando, non lo disturbare”, e io rimanevo fuori. Un po’ stupito: perché tu, mamma, beh – che io leggessi, o scrivessi, non ti impediva mai di entrare.

O di dirmi qualunque cosa tu dovessi dirmi in quel momento, se preferivo il puré o le bietole, se potevo andarti a comprare il latte, o due etti di macinata, da quel macellaio vanesio che stava sempre tre ore a parlare con ogni donna entrasse nella sua macelleria. Insomma, lo studio a casa nostra non era sacro: e per fortuna.

Si legge, si risponde al telefono, si parla con chi ti fa una domanda. Sarà per questo che sono diventato giornalista. È proprio quello che si fa, quasi sempre, quando si scrive per un giornale.