La promessa

DI GIOVANNI BOGANI

 

Gli anni ’70. Quelli in cui sono, realmente, venuto al mondo, in cui mi sono affacciato al mondo.

Nel 1972 avevo nove anni. La radio parlava sempre dell’Irlanda del Nord, di Belfast, dell’Ira. Parlava anche del Cile, di Salvador Allende.

Quando avevo undici anni, la radio a casa della nonna parlò di una bomba a Brescia, in una piazza. In agosto, la televisione fece vedere un treno tutto rotto, sventrato da una bomba scoppiata dentro una galleria di quelle, lunghissime, che s’infilano dentro l’Appennino, fra Firenze e Bologna.

Per anni, ogni volta che il mio treno s’infilava in quella galleria, ho avuto terrore. Basta una bomba in un portabagagli, e la galleria si trasforma nella fine di tutto.

Quella galleria, che arriva alla stazione di San Benedetto val di Sambro, ci vogliono quindici minuti a percorrerla. Prima non c’erano neanche le luci, nel treno. Erano quindici minuti di buio.

La televisione faceva vedere la guerra del Vietnam. Io capivo che i Vietcong stavano vincendo, e facevo il tifo per loro. Non sapevo niente dell’imperialismo americano, non sapevo niente del comunismo. Non sapevo niente delle mille tragedie che si erano consumate in Vietnam.

Le avrei capite dopo, con i film, i mille film con gli elicotteri, il rock and roll, le colline da conquistare.

Con l’elegia funebre di “Apocalypse Now”, quel lungo viaggio nella tenebra e nell’orrore. Lo avrei capito con “La sottile linea rossa”, un film intimista, riflessivo, esistenzialista sulla guerra. È mai possibile? È possibile. Ma allora tutto questo non lo sapevo. E tutto mi sembrava andasse bene, cantava Francesco De Gregori.

Chissà come si compone, nella mente, il mosaico infinito di informazioni sulla vita che si forma, pian piano.

Il mosaico infinito di immagini, di relazioni che si scoprono fra le cose, di parole. Come si mette insieme nella mente di un bambino un campo da tennis dove si gioca senza rabbia con le immagini del Vietnam in televisione, con la radio che racconta di una bomba in una piazza, con Sandokan che bacia Carole André?

Come si mette insieme il tuo volto, mamma, il tuo amore, “Chissà chi lo sa?” con Febo Conti, i risultati delle partite di basket fra Ignis Varese e Simmenthal Milano, la figurina di Antonio Juliano capitano del Napoli, la faccia di Ugo Pagliai in uno sceneggiato televisivo? Come, come si fa a trarre un senso della vita da tutto questo?

Come fa il cervello di un bambino a tenere tutto insieme, come fa a costruire dentro di sé un’immagine della vita, e a tenere accesa in sé la luce della Promessa, la promessa che la vita sarà bella, e gli darà un amore, l’amore che merita, quello di cui tutti abbiamo bisogno?

Pubblicato da scrignodipandora

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