La scuola è e resta un luogo sicuro per i bambini

di Vittorio Lodolo D’Oria

Forse è il caso di fermarci a riflettere su scuola, famiglia, giustizia e loro ruolo ricorrendo a importanti e purtroppo funesti casi balzati agli onori della cronaca in questi giorni. Mi riferisco agli episodi che hanno determinato il decesso del piccolo Leonardo, precipitato per 13 metri nella tromba delle scale della scuola Pirelli di Milano, alla storia del piccolo Giuseppe, nella scuola di Cardito in provincia di Napoli, che talvolta si presentava in classe con evidenti lesioni cutanee perché picchiato dal patrigno, che poi nel 2019 lo uccise, come certificato dalla condanna all’ergastolo comminata dalla Corte d’Assise di Napoli. Penso, infine, agli innumerevoli procedimenti penali avviati per presunti maltrattamenti a scuola (PMS) da parte di alcune maestre.

Una frettolosa lettura degli eventi porterebbe a concludere che i bambini sono a rischio proprio quando si trovano a scuola, perché maltrattati o non debitamente controllati. Che dire, infine, della magistratura chiamata a dirimere anche nella scuola episodi controversi come quelli in esame? Può davvero offrire una soluzione vera, soddisfacente ed equilibrata ai problemi della scuola?

Ma andiamo per gradi e analizziamo singolarmente i casi in esame. Della morte di Leonardo sono state ritenute responsabili di omicidio colposo la collaboratrice scolastica e le due maestre per non aver compiutamente vigilato sul bimbo uscito dall’aula. Scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera dell’11 maggio: “Ci sono processi che devono essere fatti per forza, ma che tutti sanno essere perfettamente inutile che si facciano, essendo abissale la sproporzione tra la concatenazione di eventi che in una manciata di attimi determinarono una certa tragedia e la invece strutturale incapacità dello strumento giudiziario tanto di sanare le sofferenze di chi all’epoca l’abbia patita, quanto di lenire i sensi di colpa di chi ora se ne senta indicare formalmente responsabile”. 

Pensiero assolutamente condivisibile che è riconducibile a un solo termine: “fatalità”. Il processo ha dunque l’ingrato compito di trovare responsabili di una sciagura che appartiene al destino che impietoso si accanisce su deboli e forti, piccoli e grandi senza distinzione di sorta. Col senno di poi si può recriminare per non aver evitato ai bimbi il rischio di precipitazione, magari sistemandoli a pianterreno anziché ai piani alti, o posizionando apposite reti verticali o griglie lungo la tromba delle scale (ma quante scuole le hanno?).

Diverso è il caso dello sfortunato bimbo di Cardito. Il dramma di Giuseppe nasce in seno a una famiglia sfasciata dove il nuovo compagno della madre spesso picchia il piccolo e alla fine arriva ad ammazzarlo di botte. Alle maestre viene imputato il fatto di non aver denunciato a chi di dovere le evidenti lesioni di cui l’alunno sarebbe stato portatore già da tempo.

Posto che denunciare un simile fatto da parte delle maestre è assai delicato e a rischio di querela, poiché intrusivo della vita familiare e per giunta degradata, la scuola è ancora una volta chiamata a rispondere della incolumità dei piccoli non solamente nell’istituto scolastico. Stavolta il processo è in corso e non sappiamo ancora cosa decideranno i giudici nei confronti delle maestre accusate di non essere intervenute in una simile situazione di rischio (seppure avente indubbiamente origine all’interno delle mura domestiche) per il minore.

Sappiamo che il rapporto scuola-famiglia dovrebbe contribuire a far crescere serenamente i bimbi, ma questo porta difficilmente frutto se la famiglia si sottrae al confronto e anzi nasconde una realtà impensata e inconfessabile.

Vi sono, infine, i tantissimi procedimenti penali (oltre 250 in sei anni e aumentati di ben 14 volte) avviati nei confronti di maestre sospettate di aver maltrattato i loro piccoli alunni. Questi sono affatto differenti rispetto ai due casi precedenti: per numero, portata, conseguenze, luogo dove vengono/verrebbero consumati.

Dal canto loro i PMS, se paragonati ai casi precedenti, sono smisuratamente numerosi (e curiosamente non trovano riscontro nei Paesi occidentali: possibile che le maestre violente – ci dobbiamo chiedere – siano esclusivamente italiane?), non comportano conseguenze fisiche di rilievo (assenza assoluta di certificazioni mediche riferibili a violenze di sorta) ma unicamente presunti danni psicologici per la cosiddetta “violenza assistita” che non richiede dimostrazione giuridica attraverso l’esibizione di certificati o perizie.

Oltre il 90% dei PMS presenta indagini con audiovideointercettazioni (AVI) la cui durata oscilla dai 15 giorni ai tre mesi. Non va dimenticato che le centinaia di ore di filmati captati di nascosto sul lavoro (scuola) sono elaborate da inquirenti-non-addetti-ai-lavori (cioè digiuni di elementi di pedagogia, istruzione, educazione, sostegno alla disabilità di minori) che le selezionano, estrapolano, decontestualizzano e trascrivono spesso drammatizzandole (“la maestra intimidiva l’alunno col dito indice alzato e dicendogli: conto fino a tre!”).

Le sentenze per ora emesse presentano condanne e assoluzioni ma l’impressione che la metodologia con cui sono condotte le indagini con le telecamere nascoste è quella di “privilegiare la ricerca della prova piuttosto che la prevenzione del reato” (Gherardo Colombo – intervista a Il Dubbio 26.06.2018).

Altrettanto centrata la posizione del Tribunale del Riesame di Quartu che in un caso di PMS osservava che nell’utilizzo delle intercettazioni “…i singoli episodi non possono essere smembrati per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria…” e ancora che “gli episodi contestati alla maestra non integrano la soglia del penalmente rilevante ma esauriscono eventualmente la loro censurabilità in un procedimento disciplinare”.

Posizione che ricalca esattamente quanto afferma la Suprema Corte di Cassazione: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato e avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza…” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). Possiamo, dunque, chiederci, a buona ragione, quanti giudici e avvocati avranno visionato per intero le centinaia di ore di AVI e quanti si saranno invece limitati a vedere i soli “progressivi” contestati che a loro volta sono stati esclusivamente selezionati da inquirenti non-addetti-ai-lavori che nulla sanno della professione di maestra.

“Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini e vi troverò un motivo per poterlo impiccare” diceva il cardinale Richelieu. Oggi i tempi sono cambiati e soprattutto si è evoluta la tecnologia. Non servono più le “sei righe” perché c’è molto di più: centinaia di ore di intercettazioni effettuate di nascosto dal buco della serratura cancellando, tra l’altro, il diritto alla riservatezza e l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori. 

Chiunque troverebbe qualcosa da dire, rimproverare e condannare sull’operato professionale di una persona osservata a sua insaputa per tanto tempo. Questo, più o meno, quanto sta avvenendo con i casi di presunti di maltrattamenti a scuola che non hanno mai fatto registrare (pur essendo moltissimi) alcun episodio grave o di lesione fisica. Dinanzi a tale realtà e nei confronti di professioniste sprovvedute gettate in pasto alla pubblica gogna si registra il silenzio ipocrita di politica, istituzioni e sindacati. Meritano davvero questa fine le nostre maestre che hanno cresciuto intere generazioni?

Scrive Dacia Maraini sul Corriere della Sera dell’11.05.21: “Qualsiasi denuncia o critica sui mali italiani finiva con la frase: ma lasciamo che la magistratura faccia il suo corso. Il Paese aveva fiducia nelle leggi e in chi le applicava. Fiducia commovente, che rimaneva diffusa nonostante le lunghezze dei tempi di applicazione”. Ebbene, nella scuola occorrono competenza e tempestività che solo addetti ai lavori quali dirigenti scolastici e docenti possono garantire. Qualsiasi ingerenza e invasione di campo dall’esterno con metodi impropri non causa altro che danni e impedimenti alla comunità scolastica e alla società tutta.

A tutti gli effetti la scuola resta per i bimbi il luogo sicuro per eccellenza ma il fato e la famiglia possono determinare vere tragedie talora imprevedibili: riconoscere ciò equivale a rendere giustizia e merito a tutti gli insegnanti e al personale scolastico.

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da LabParlamento.it

Pubblicato da scrignodipandora

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