Le parole che diciamo, in cosa si trasformeranno?

DI GIOVANNI BOGANI

 

Per te, chimico, era il disegno stesso del mondo. La certezza che nessuno vinceva, nessuno perdeva, niente scompariva. Niente moriva davvero, nell’universo. E niente nasceva dal nulla.

Era tutto un ricombinarsi e scombinarsi degli stessi elementi, anche se qualcosa bruciava, anche se qualcosa sembrava dissolversi, era sempre lì, in un’altra forma, ad attendere di essere visto. Forse anche noi, forse anche non ci perderemo, non ci distruggeremo, ci trasformeremo semplicemente.

È tutto un ricombinarsi, anche il ricombinarsi di questi piccoli segni, le lettere, in infinite combinazioni, a cercare di evocare sensazioni che ho provato io quaranta o cinquanta anni fa, e portarle a te che leggi.

Cercando l’impossibile scalata a mani nude di restituire al mondo una persona che non c’è più, che tu lettore non hai conosciuto, che io non ho capito, che non so ricordare che per bagliori, per frammenti, per immagini, fotografie strappate, scolorite, brandelli di frasi.

Tu, mamma, sei una serie di fotografie neppure intere, l’album di famiglia è pieno di pagine vuote. Sei parole che ogni tanto, se sto attento, riesco ancora a sentire, con la tua voce.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Combinare e ricombinare quelle sette note a disegnare percorsi banali, oppure sontosi, imprevedibili, a disegnare colori dei sentimenti. Nulla si crea, nulla si distrugge.

Il cadavere di un piccione schiacciato da un’auto sulla strada di casa mia, penne e sangue, in che cosa si trasformerà? E i film che non sono nati, che sono rimasti idee nella testa di un regista o di un produttore, i film che sono stati dimenticati, che nessuno ma proprio nessuno guarda più, in che cosa si trasformano?

E le parole che diciamo, onde sonore che dopo pochi metri sono cadute, in che cosa si trasformano?

Lavoisier. Doveva essere un signore elegante, era francese.

Mi parlavi anche, papà, di un’altra cosa quasi magica. Il teorema di Bernoulli.

La legge dei Grandi numeri. Ma non la capivo mai.

Sembrava che tu dicessi “ripetendo un tentativo un numero sufficientemente grande di volte, si ha la certezza che l’evento accada”. Ma non doveva essere così.

Insomma, se io provavo a essere felice, o a essere immortale, un numero sufficientemente alto di volte, avrei avuto la certezza di essere felice, o di essere immortale? E quanto era alto questo numero “sufficientemente alto”?

Ero piccolo, ma questo Bernoulli non mi convinceva. Con quel nome, poi. Vuoi mettere Lavuasiè? Bernulli, a me mi sembrate tutti grulli. Ma il cielo adesso sta diventando rosa, lì sui monti, e io devo ancora dirti una cosa.

Pubblicato da scrignodipandora

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