Lei chi è?

DI GIOVANNI BOGANI

 

Oggi ho visto un film, un film che forse non ti sarebbe piaciuto. Troppo triste, mi avresti detto. Si chiama “The Father”. C’è un grande attore di ottantatré anni che per questo film ha vinto l’Oscar. Ma quando hanno detto il suo nome nella cerimonia trasmessa in tutto il mondo, lui non c’era. Dormiva, nella sua casa in Galles. Sai dov’è il Galles? No che non lo sai. Non sei mai stata a Londra, non sei mai stata a Parigi. Potevo portartici?

Comunque, lui dormiva, proprio come te. E il mattino dopo si è svegliato e ha vinto l’Oscar. Ha preso il telefonino, e ha registrato un messaggio di ringraziamento, molto educato. Ma la cosa che si vedeva era la sua serenità, e la sua consapevolezza che niente, in fondo, può cambiare il destino di un uomo di più di ottant’anni. Dietro di lui, un prato verde come lo screensaver di Windows che ho avuto per anni. Dietro di lui, un cielo azzurro dove forse sono dissolti milioni di atomi dell’umanità che è stata.

Beh, quel grande attore interpreta una persona malata di Alzheimer. Ma dire “Alzheimer” non basta, non fa capire. Si deve dire di un mondo che crolla, si dovrebbero fare vedere parole che scendono giù dalla schermata di Word, lettere che scivolano come su una parete troppo ripida, e alla fine le parole non le comprendi più.

Crolla tutto il mondo di quest’uomo, non sa più chi ha davanti a sé. Hanno un volto, hanno dei gesti familiari, ma chi sono? Vive senza più una direzione, non sa a chi credere. Guarda da una finestra, e non sappiamo se sia la finestra di casa sua o quella di una casa di riposo. Tutto questo, per fortuna, ti è stato risparmiato.

Alla nonna no.

Nonna Minnie che parlava sempre a proposito, che ricordava i dettagli di frasi pronunciate nel 1924 o i vestiti indossati da mio padre nel ’36, o quando gli aveva dovuto togliere i pidocchi dalla testa con la benzina, nonna Minnie che ricordava i nomi di parenti dimenticati, in un albero genealogico immenso nel quale lei, ramo dopo ramo, avrebbe ricostruito tutta l’Italia del Nord, nonna Minnie. Nonna Minnie mi telefonò un mattino.

Aveva fatto un sogno terribile. Un sogno che non era riuscita ad accettare, un sogno che l’aveva lasciata sconcertata, disorientata. Qualcosa era andata fuori posto, quella notte. E lei se ne era accorta.

Per la prima volta, per la prima volta nella sua vita, nonna Minnie aveva terrore. Il terrore di quando vedi le prime lettere scivolare giù dalla parete dello schermo.

Il suo mondo si stava scollando. E la prima a capirlo fu lei. I dottori arrivarono dopo. E la diagnosi era così facile, così banale, così consueta, da buttar lì sciattamente: in fondo, per i dottori eri una vecchia. Come adesso, tutti questi che sono morti di covid, erano dei vecchi. Erano solo dei vecchi. Se fosse accaduto a te, nonna, non mi sarei dato pace. Ci vuole tanta fatica, tanto amore, tanta dedizione, tanta tenacia, tanta fortuna, tanta voglia di vivere per diventare vecchi. Non so come avrei fatto, se ti avessi vista morire soffocata, senza poterti nemmeno guardare, senza nemmeno vederti finire.

Entrasti in una di quelle grandi case che stanno sempre in qualche posto pieno di alberi, abeti e pini, ma la cui bellezza non copre mai l’orrore. Andai a trovarti. Entrai. Tre signore simili a te mi corsero incontro abbracciandomi e baciandomi. “Nipotino mio! Finalmente sei venuto a prendermi! Dammi solo un minuto per vestirmi…”. Cercavano una scusa per fuggire, tutte.

Non fu facile trovarti. Nella tua stanza una bella finestra dava sul parco.
“Nonna!”.
“Ciao!”. Avevi il volto disteso, sereno.
“Come va?”
“Ma lo sai!”.
“Sì, ma dimmelo tu. Che fai durante la giornata?”.
“Su, non far finta di non saperlo!”.
“Ma perché dovrei saperlo?”.
“Ma perché tu sai tutto, qui! Sei tu che dai gli ordini!”.
“Io?”. Un momento, un momento sospeso.
“Ma io chi sono?”.
“Ma non scherzare! Sei il medico che mi ha visitato prima!”.
“No. Guardami bene. Mi riconosci, vero?”.
“Ma stavo scherzando, non te n’eri accorto?”.
“…”. Il cuore ricomincia a battere.
“Sei l’attendente di mio marito, quel ragazzo così educato! Come va fuori dalla caserma? Qui hanno razionato i cibi, ma tu hai trovato qualcosa al mercato nero, vero?”
.
Ma forse in qualche modo, con la lingua delle carezze, ci saremmo ancora capiti. Sono venuto a trovarti poche volte, troppo poche. Perché? Forse pensavo che stessi bene lì, nascosta al mio sguardo, in una prigione fra i pini. Con odore di minestrina e di Mastro Lindo. E poi, tanto ero diventato un attendente. E infatti, ho atteso. Finché non c’era più nemmeno qualche cosa da attendere.

Pubblicato da scrignodipandora

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