L’esistenza umana si sta perdendo tra le spire del virtuale

di Emilia Urso Anfuso

L’ultima notizia di cronaca in ordine di tempo: a Roma, nella notte tra il 15 e il 16 Maggio, un 31enne è precipitato da Ponte Garibaldi per tirarsi un autoscatto. È accaduto mentre si trovava con un gruppo di amici, e alla ricerca della migliore angolazione fotografica. Era seduto sul ponte, ha perso l’equilibrio ed è caduto sotto gli occhi increduli dei compagni di serata.

Non è morto ma ora si trova ricoverato in rianimazione con prognosi riservata presso l’ospedale capitolino San Camillo.

In tutto il mondo c’è anche chi va in cerca dell’autoscatto estremo, che può portare, a volte, a estreme conseguenze. O chi, semplicemente, sta perdendo il senso della sicurezza personale, e ritenendo di avere capacità simili a quelle dei super personaggi di certi fumetti, pensa di poter staccare l’attenzione dalla guida per rivolgerla al cellulare, in un delirio di onnipotenza e di iper-considerazione dell’immagine: per un video da girare mentre si sta guidando, le conseguenze sono quelle che si evidenziano attraverso i troppi casi riportati, a livello mondiale, sulle pagine di cronaca dei giornali.

Da cosa dipende questa che appare essere una sorta d’incapacità, alquanto diffusa, di restare con i piedi ben saldi a terra, invece di vagare sulla vita riconsiderando tutto in senso virtuale?

Cerchiamo di analizzare la questione partendo da un fatto inoppugnabile: la diffusione su larga scala degli Smartphone e l’uso dilagante dei Social network. Questi due elementi in poco più di 10 anni hanno modificato radicalmente la società, al punto da impattare non solo sulle tendenze da seguire, siano esse di moda, di ideologia politica o di opinione generale su tante questioni, quanto sulla percezione della realtà.

Che gli Smartphone avrebbero per sempre cambiato il futuro dell’umanità, è stato evidente fin da subito, almeno a noi che abbiamo stretto tra le mani i primi modelli disponibili sul mercato, intorno alla metà degli anni ’80.

Col passare del tempo, e con l’integrazione del web sui dispositivi mobili, oltre al contemporaneo lancio dei Social, ecco che l’attenzione generale degli esseri umani iniziò a concentrarsi su questi apparecchi sempre più tecnologicamente sofisticati.  Come spesso accade, però, nessun equilibrio è stato posto tra l’uso e l’abuso di questi dispositivi e sulla tendenza, sempre più sfrenata, a navigare sul web da ovunque ci si trovi. In mobilità sarà pure bello, come ci rammentano molte aziende votate al digitale, a patto di tornare a casa sani e salvi, aggiungo.

Analizzando i dati contenuti nel Rapporto Ispi Italia 2019, i decessi causati per scattare un selfie spericolato, sono stati 259 in 6 anni, dal 2011 al 2017. Ad alcuni potrebbe sembrare un numero esiguo ma non lo è se si riflette sulla causa. Strana società, quella in cui viviamo, che da un lato spende grandi energie per la ricerca di cure per sanare malattie di ogni sorta, e quindi prolungare l’esistenza umana, e dall’altro lato fornisce strumenti che fanno perdere il contatto con la realtà, al punto da poter morire molto precocemente.

Nessuno ha fornito un libretto d’istruzioni agli individui, con tanto di capitoli scritti in rosso per ammonire sui rischi che si possono correre da un insano uso della modernità tecnologica. Avvertire in tempo utile non fa parte dei programmi del consumismo modello terzo millennio, evidentemente.

L’immagine degli umani si è man mano virtualizzata, la bulimia di protagonismo virtuale, dovuta anche a una degenerazione dei veri rapporti umani, ha creato un maggior distaccamento tra ciò che è bene fare e ciò che è meglio evitare per garantirsi l’incolumità. I telefoni mobili sono ormai divenuti un’estensione del corpo, e fungono da contenitore dell’esistenza al punto di arrivare a perderla anche a causa di un loro uso improprio.

Paradossi che non sarà facile risolvere, ma che sarebbe urgente inserire nelle agende dei governi.

*Immagine pixabay

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