Libri- De Amicis, “Cuore”

 

DI ILARIA PULLE’DI SAN FLORIAN

 

Il libro Cuore, che insegnava davvero i buoni sentimenti, era strutturato in modo da non dare tregua al lettore, proponendo, in media, una disgrazia ogni due pagine, anche qualora fino a poco prima si fosse dilungato su di un argomento vagamente sereno.

Una sorta di strategia della tensione letteraria, degna della regia dei Fratelli Cohen, che ho sempre considerato gli ideali eredi di Edmondo De Amicis: girando la pagina, eri già edotto circa l’incombente cataclisma placidamente in agguato, e poco importava se fino a quel momento ti eri quasi divertito con l’insolenza di Franti, l’intraprendenza di Garoffi o il muso di lepre del Muratorino; improvvisamente, tra capo e collo, ti piombava un vortice di sciagure, sia legate agli aspetti di vita quotidiana, che ai terribili ‘racconti del mese’.

Questi ultimi, orgogliosamente sfoggiati da ogni regione – tutte avevano, ed esibivano il proprio – avrebbero inorgoglito Massimo D’Azeglio e le sue aspirazioni riguardo l’unificazione del popolo italiano, attraverso una sottile linea nera di cataclismi, tale da percorrere l’Italia facendo impallidire la tristezza del Treno del Sole degli emigranti.

Immagino che ogni lettore tendesse ad affezionarsi a quello della regione di residenza, passando da La piccola vedetta lombarda, anni dopo ripresa dal settimanale satirico Cuore, che la proponeva raccontata in milanese stretto, da un ipotetico Umberto Bossi in veste di narratore, a Il tamburino sardo, sulla falsariga del quale avevo letto qualcosa di atrocemente simile, probabilmente sull’enciclopedia Conoscere, ma si trattava delle vicende relative ad Enrico Toti o Giovanni Dalle Bande nere.

Per non parlare de L’infermiere di Tata o Il piccolo scrivano fiorentino, fonte sicura di ettolitri di lacrime.
Da parte mia, riguardo la Romagna, mi sentivo avvantaggiato: non che Sangue romagnolo non fosse drammatico a sufficienza, ma la denominazione del racconto coincideva, inopportunamente con l’omonima, popolare, orchestra di liscio locale, quindi risultante in parte defraudato della potenziale tragicità esprimibile.

Su tutte, poi, una punta di invidia verso la Liguria: Dagli Appennini alle Ande mostrava una vocazione internazionale davvero inarrivabile, tale da inseguire sventure fino all’altro capo del mondo.

Ad onor del vero, occorre precisare che un libro con un esordio del tipo, cito testualmente da pagina 12, appena dopo tre pagine di narrazione, ‘L’anno è cominciato con una disgrazia’, cui segue resoconto di tale Robetti, scolaro investito da un omnibus, e si districa già tra maestre malate di tisi, anziani accecati da palle di neve e feriti sul lavoro, mette immediatamente in chiaro i suoi propositi.

La classe del protagonista, Enrico Bottini, al posto dell’appello, diramava un bollettino di guerra, degno della Guerra di Secessione di Via col vento.

Naturalmente, onde non far credere che le tristezze si esaurissero in ambito scolastico o familiare, immediatamente si incontrava, per strada, il garzone dello spazzacamino che aveva perso tutti i soldi guadagnati, attraverso la sdrucitura di una tasca: a volte, quando leggevo l’episodio, mi sentivo come Massimo Troisi nel film Scusate il ritardo, il quale dovendo risolvere un problema delle elementari in cui si narra di un lavoratore cui è occorso il medesimo problema, non riesce a capacitarsi di come gli operai non abbiano ancora capito che devono farsi cucire le tasche.

Quando, in Germania, stante la temporanea assenza del padrone di casa, mi sono ritrovata a tu per tu con lo spazzacamino per l’annuale pulizia della canna fumaria, memore del libro Cuore, gli ho proposto un bonifico bancario…

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

Sito web di cultura e attualità