L’isola del Pacifico

DI GIOVANNI BOGANI

 

E insomma, quel giorno di quasi estate del 1981.

Voi al mare, a non sospettare niente.

Io a fare gli orali della maturità, senza che nessuno lo sospettasse, con un anno di anticipo. All’orale devo aver detto un bel po’ di cazzate. Quando mi hanno chiesto il pensiero di De Sanctis, gli ho ripetuto cose che sapevo su Benedetto Croce.

Ma alla fine era andata.

Un tema di ventisei facciate protocollo mi aveva salvato, credo.

Ero l’unico, nella storia della scuola più antica e rispettata di Firenze, ad aver fatto quella capriola, quel salto, quel gioco di prestigio.

Ero solo. Alle due del pomeriggio, me ne andai in un giardino deserto, solo polvere, terra, un paio di alberi, e lì vicino la chiesa della mia infanzia. E lì, da solo in quel giardino, cominciai a saltare.

Sarebbe stato bello, mamma, se ti avessi telefonato, se ti avessi raccontato tutto, come un bello scherzo che avevamo fatto al mondo. E invece no. Ero pieno di rabbia, contro il mondo, contro Dio che aveva fatto ammalare papà, contro quella pagina dei libri di medicina, che alla voce “terapie” per il male che gli avevano diagnosticato metteva una riga bianca.

Ero pieno di rabbia per quei medici che lo stavano lasciando andare, senza provare a salvarlo. Ero pieno di rabbia contro quella malattia di cui non avevo ancora mai sentito parlare. Ce l’avevano solo in un’isola del Pacifico, lì ce l’avevano tutti.

Anni dopo, avrei letto un libro di Oliver Sacks, quel signore di cui ti parlavo prima, mamma. Lui è andato in quell’isola del Pacifico, proprio per vedere che cosa succedeva a tutte quelle persone malate.

Lì dove avere quella malattia era “normale”. Tutti i malati erano considerati con rispetto, esattamente come gli altri: invece, qui da noi, essere malati – e di quella malattia – è una mostruosità, qualcosa di cui ti devi vergognare.

Parliamo tanto di inclusione, di non discriminare.

Ma io me li ricordo, gli sguardi della gente, nell’autobus, nella strada. Me li ricordo tutti. Mi ricordo gli sguardi curiosi, che ti frugavano addosso, sguardi di chi si sente migliore di te, solo perché non trema, perché ha la voce forte, perché sta in piedi bene, senza oscillare, senza bloccarsi. Si sentivano tutti in diritto di guardare, come per esigere spiegazioni.

Avrei potuto farvi felici, raccontarvi come era andata, quella mattina.

Dirvi che ce l’avevamo fatta, che la malattia di papà non ci aveva reso dei perdenti, ma aveva avuto fra le sue conseguenze quella di avere un figlio che sapeva combattere, soffrire, tacere per mesi, a tutti.

Che riusciva a farcela, anche se in una cosa così piccola.

Avremmo dovuto festeggiare, saremmo dovuti andare in un bel ristorantino. E poi, magari, papà, ti sarebbe andato di traverso qualcosa, e tutta la sala avrebbe cominciato a guardarci, fra l’imbarazzo e il disgusto, disturbata dagli spasmi, dai colpi di tosse, disturbata dalla nostra sofferenza.

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