Mal d’Africa

DI ANTONIO MARTONE

 

Il caldo fa luccicare la pelle, tinge le camicie e bagna copiosamente quello spazio sublime che unisce e separa i seni delle donne.

Di tanto in tanto, sento delle gocce, tenui o pesanti, scivolare lungo il solco della mia schiena: è un brivido bizzarro, una sensazione mutevole e straniera – come se venisse da fuori di me.

Talvolta, smetto di considerare il caldo un avversario quotidiano da combattere e ci faccio amicizia. Allora, in pochi densissimi istanti, mi affido interamente all’estate e alle sue torbide magie…
I nervi allentano la tensione; la brezza mi solletica il viso; gli occhi socchiusi liberano la loro immaginazione attirata da vastità ineffabili.

Vedo infinite pianure, ricoperte di grano falciato, protendersi verso l’orizzonte a perdita d’occhio.
Vedo tramonti, più rossi della fiamma, scivolare in un buio caldo di abbracci senza memoria.
Vedo spiagge distese a perdita d’occhio, illuminate dal sole di mezzogiorno o dalla luna di mezzanotte, e profumate dal fragore intimo e dirompente dei baci e da carezze tanto profonde da apparire involontarie.

Sento allora il mio corpo estendersi, abbandonare i confini, le ansie abituali e le paure di sempre.
Sento un altro mondo – con un impeto insinuante ma prepotente – penetrare fin nel profondo del mio cuore.
Mi ritrovo allora in un giardino grande quanto il mondo; d’incanto m’immergo in un dormiveglia fiorito di profumi.
Il caldo scivola lentamente sulla pelle fino a destarvi desideri ignoti, smodati, abissali, provenienti dal più profondo degli anfratti inconsci della mia mente. Scivolo così, dolcemente, in un mondo al di là del mondo, nel quale regna incontrastato soltanto il “lusso e la voluttà” del piacere.

Vorrei sostare qui e rimanervi per sempre.

Vorrei che il traffico della città mi lasciasse in questo stato divino. A lungo…
Senza disturbare.

 

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