Massimiliano Rosolino, il destino di un vincente

DI GINO MORABITO

Ha fatto del nuoto uno spettacolo: un oro, un argento e due bronzi olimpici; un oro, tre argenti e un bronzo mondiale; sessanta medaglie internazionali. Combattivo, tenace, determinato. Il Signore dei 200 misti è un uomo capace di accendere il pubblico presente con un sorriso, un ciclone biondo dagli occhi azzurri.

Nato per stare tra la gente, con l’indole del trascinatore, Massimiliano Rosolino si è imposto come un personaggio di primo piano anche nel mondo della televisione. Il destino di un vincente, “il cagnaccio” del Circolo Canottieri Napoli, che ha cominciato a mietere successi all’età di sedici anni e non si è più fermato.

Gli è stato affidato il compito di accogliere gli oltre trecento atleti internazionali che si sono dati appuntamento per la tappa napoletana dell’International Swimming League.

«Fare da testimonial per la mia città è una cosa che mi ha sempre inorgoglito. L’International Swimming League me ne ha dato l’opportunità ed io ne sono estremamente contento. L’invito è per tutti i miei concittadini e non solo, per seguire un mese di gare alla piscina Scandone ed assistere allo show del nuoto mondiale.»

Torna nella piscina Felice Scandone a testimoniare che il nuoto è nuoto, ognuno con il proprio stile. Eppure qualcuno parla di uno sport “diverso”, se praticato da persone con disabilità.

«Per me il mondo dell’acqua è uno solo, ognuno deve trovare il proprio stile per sentirsi bene con sé stesso. Quando una persona entra in acqua dev’essere felice, ma quando esce deve sentirsi al settimo cielo. È l’abbiccì del nuoto. Non sussiste alcun problema legato alla disabilità. L’acqua è l’unico ambiente in cui l’assenza di gravità ti fa veramente stare “al passo” con tutti, dove quello più bravo ha gli stessi limiti di quello che sta ancora imparando.»

“Mai visto differenze tra disabili e normodotati, l’unica è che loro sono più forti di noi”.

«Lo sport è formativo, non soltanto un momento di svago. Conosco ragazzi con disabilità fisiche che competono in campionati italiani, mondiali e paralimpici. L’allenatore con loro è più esigente. La disabilità richiede una maggiore capacità di adattamento, perciò quei ragazzi sono più pronti.»

Fare sport agonistico ai livelli raggiunti dallo specialista dello stile libero ti fa rimanere per sempre legato al quel mondo.

«Quando penso allo sport, penso alla routine quotidiana, a quella goccia con cui ogni giorno alimenti la tua vasca. Tutto converge verso la gara e, per vincere una competizione di due minuti, devi sostenere ore e ore di allenamenti, che si trasformano in chilometri.»

Ha nuotato cinquantamila km, è stato diecimila ore in acqua, ha collezionato un medagliere da record.

«Mi reputo una persona di successo perché ho fatto una buona carriera e continuo a raccogliere soddisfazioni personali. Successo non vuol dire soltanto essere il numero uno nel proprio ambito ma riuscire a fare ciò per cui si è predisposti.»

La chiave di volta è inseguire le proprie passioni e divertirsi.

«Lo sport rappresenta la punta dell’iceberg, sotto c’è la vita. Devi imparare da subito a non perdere tempo: non tanto ad avere le idee chiare, quanto piuttosto a concentrarti su poche.»

Praticare attività fisica, mangiare sano, andare a dormire presto e alzarsi di buonora sono le buone abitudini di un uomo che oggi è più genitore che personaggio.

«Cerco di far apprezzare alle mie figlie tutti gli “ingredienti” che hanno a disposizione nella vita. Provo a trasmettere loro delle buone abitudini, soprattutto in campo alimentare, e mi rendo conto che è più difficile di quanto non fosse per i nostri genitori con noi. L’alimentazione è un po’ come i canali televisivi: prima ce n’erano soltanto sei e dare a un bambino una carota e una mela andava benissimo, oggi invece c’è una sovrabbondanza di stimoli che ti spingono a voler sperimentare continuamente il nuovo. Se dessi a tuo figlio solo una carota e una mela, sembrerebbe quasi che tu voglia fargli un dispetto.»

Pensiamo alle nostre famiglie, senza fare inutili paragoni con quelle degli altri. A Napoli si dice che se ti fai i fatti tuoi campi cent’anni.

«Anche se non abito più là, mi sento fortemente napoletano. Inizialmente ho vissuto il mio essere napoletano come possedere la lingua straniera di mamma. Ho sempre parlato in inglese, però da piccolo quasi mi vergognavo di conoscere qualcosa che i miei coetanei non sapevano. Lo stesso accade con la napoletanità: sei orgoglioso e allo stesso tempo costantemente pronto alla critica.»

Ha vinto i suoi primi sette titoli italiani nuotando per il Circolo Canottieri Napoli dov’è sempre stato conosciuto come “il cagnaccio”.

«“Il cagnaccio” nasce nel ‘95-‘96. Durante una trasferta nell’isola de La Réunion in Madagascar uno dei veterani, Renè Gusperti, vedendomi allenare con i ragazzi più grandi di quattro-cinque anni, mi disse che quando nuotavo sembravo proprio un cagnaccio: combattivo, tenace, determinato.»

A Sidney ottiene il maggiore successo in carriera e si consacra campione olimpico.

«Qualificarsi ai Giochi è un traguardo, centrare una finale è pazzesco, arrivare alla medaglia ti cambia la vita e vincere l’oro te la stravolge.»

La differenza la fa l’esperienza. È l’errore che ti porta a vincere, ma “dietro una vittoria ci sono cento sconfitte”.

«Tu pensi di essere super preparato e ti crolla il mondo addosso perché nel 2004 non centri neanche una premiazione olimpica individuale. È stato un momento molto duro, crudo, severo: allenarsi come un pazzo per inseguire il proprio sogno e alla fine niente. Non è tanto prendere atto di non aver vinto ma dover ammettere di non essermi divertito. Ha senso essere battuto dal più forte, non il rimpianto di dire “avrei potuto”. È una ferita che brucia ancora.»

A volte, bisogna saper perdere.

«Ciascuno di noi dovrebbe indossare una maglietta con scritto “Amo la sconfitta”. Perché la sconfitta ti rende più forte, ti fa capire che veramente vuoi raggiungere l’obiettivo e che hai gli strumenti per farlo. Se non l’hai raggiunto fino a quel momento ci sarà sempre una motivazione. La motivazione è la spiegazione principale che uno ha dentro.»

Quando ci si guarda allo specchio è un po’ come se si scrutasse la propria coscienza.

«Non sono uno che ama specchiarsi e, quando capita, preferisco vedermi in abiti da sport, sudato. Mi chiedo sempre: “Ho fatto di tutto per sentirmi felice oggi?”. Dentro lo specchio c’è il tempo che passa, ma il più delle volte, riflesse accanto a me, ci sono le mie figlie che sorridono.»

Massimiliano Rosolino, “un amante dello sport e di tutte le straordinarie emozioni che si celano dietro quel mondo”. La sintesi di vita di uno degli atleti più titolati della storia del nuoto azzurro, una storia diventata leggenda.

«È il 2000, siamo a Sidney e dico al mio allenatore: “Provo a vincere.”. A ventidue anni, alla vigilia di una finale olimpica, ti puoi permettere il lusso di rivolgere quelle parole a una persona che ti conosce bene: “Non ti preoccupare, so cosa fare.”. Potrebbe sembrare la scena di un film ma è successo veramente.»

 

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