Orsi, camosci e…non solo

DI FABIO BORLENGHI

 

Ognuno di noi conosce e frequenta luoghi particolarmente cari e che si amano per bellezza, fascino, ricordi affettivi e tanto altro. Per me il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è uno di questi, una sorta di buen retiro naturale all’interno del quale ogni volta che ci vado sto bene, anzi benissimo.

Questa storica area protetta, fra le più antiche del nostro paese, fu costituita con Regio decreto nel gennaio 1923 sulla scia di una serie d’iniziative orientate alla conservazione di questi ambienti naturali e messe in atto da Erminio Sipari, ingegnere civile e grande naturalista della prima ora nonché politico italiano, insieme a pochi altri illuminati.

Uno dei principali obiettivi di Sipari e amici fu quello di tutelare l’Orso bruno marsicano e il Camoscio d’Abruzzo evitando loro l’estinzione, possibile conseguenza della chiusura della Riserva reale dell’Alta Val di Sangro che fino allora (1912) aveva protetto la fauna selvatica di quei luoghi.
Nel comune di Alvito, luogo di nascita di Sipari, si legge su una lapide a lui dedicata:”…nel corso di feconda attività politica attuava fra i primi in Italia con antiveggenza tenacia abnegazione nuovi indirizzi protettivi della natura…”.

Toccante vero?
Oggi la popolazione di camosci, stimata in oltre 600 capi, è ritenuta dal mondo scientifico in sicurezza, anche perché reintrodotto in altri massicci appenninici quali Gran Sasso, Majella, Sibillini e Sirente-Velino, mentre l’orso bruno sopravvive con una cinquantina d’individui, la maggior parte dei quali all’interno del parco. Nell’ultimo Rapporto Orso marsicano del 2020, edito dall’Ente parco, è riportata la casistica sulla mortalità della specie dalla quale si evince che gli orsi morti per cause naturali nel periodo 1970-2020 non sono più del 21% mentre i restanti 79% sono stati vittime di cause illegali e antropiche (bracconaggio, investimento stradale, avvelenamento ecc…).

Conclusione: l’orso marsicano rischia l’estinzione.
Ma la bellezza di questo parco nazionale va oltre questi due splendidi e mitici animali. Una chiave di lettura di tanta bellezza è la trilogia d’ingresso all’area protetta, predisposta da madre natura, che si concretizza in tre varchi naturali.
Il primo è il Valico del borgo di Gioia Vecchio a circa 1.400 m di quota. Il centro abitato è deserto da tanti anni, simbolo dello svuotamento dell’Appennino avvenuto a metà del secolo scorso.

A fianco della strada che attraversando il borgo conduce al Passo del Diavolo in direzione Pescasseroli c’è un ballatoio panoramico affacciato sulla gola Macrana e le pendici di Monte Turchio. Il colpo d’occhio panoramico è unico, soprattutto al tramonto, quando con un pizzico di fortuna e pazienza si può scorgere l’orso di passaggio fra la vegetazione. Nei mesi estivi una piccola locanda apre i battenti per i turisti di passaggio mentre alla fine dell’estate i battenti si richiudono e il borgo torna a dormire.

Un secondo valico è quello che passa per Forca d’Acero a 1.530 m provenendo dalla Val di Comino nel frusinate. Qui è la fustaia di faggeta a dare il benvenuto al visitatore. Gli innumerevoli tornanti della strada sembrano immergersi in un mare di alberi, antichi custodi di questo luogo magico, quali briganti di altri tempi. Ecco poi il riemergere dal bosco e l’aprirsi all’orizzonte. La strada scende ripida verso l’alta valle del Sangro con davanti l’immagine radiosa di Opi, paese adagiato su un curioso piano inclinato, e intanto l’asfalto costeggia la verde e selvaggia Valle Fredda.

A completare lo skyline ecco sulla destra il massiccio del Monte Marsicano, dominante la valle sottostante con i suoi 2.245 m, da alcuni anni ripopolato di camosci e sulle cui praterie di quota non è raro scorgere la sagoma maestosa della regina dei cieli in cerca di prede: l’aquila reale.
Terzo e ultimo varco di pari bellezza è il valico di Passo Godi a 1630 m. Provenendo da Scanno, paese gioiello dell’Abruzzo, si sale lungo una strada fatta di tornanti e piccoli rettilinei lasciando alle spalle la luminosa valle del Tasso. Una volta raggiunto il valico, una straordinaria conca erbosa si apre agli occhi del visitatore.

Sulla sinistra si erge la Serra Rocca Chiarano con i suoi 2.262 m, una montagna che sembra coricata sulla conca sottostante, con una sconfinata prateria dorata alla sommità, terreno di caccia di aquile, poiane, gheppi e nibbi reali. Sulla destra, alle pendici di Monte Godi, alcuni storici alberghi stanno dimostrando come sia possibile coniugare ambiente naturale e infrastrutture turistiche.
Attraversata la verde e immensa conca naturale, si scende verso Villetta Barrea, paese fulcro del parco, dove non è raro avvistare un cervo camminare in strada o stazionare all’interno del giardino di una casa privata.

Poco prima di arrivare al paese la strada attraversa un fitto bosco di Pino nero di Villetta Barrea, varietà specifica del parco. Lasciato alle spalle il profumo della resina dei pini e passato il centro abitato di Villetta è bene dirigersi verso il gioiello assoluto del parco.
Una deviazione a sinistra, una volta passato il ponte sul fiume Sangro, ci porta a un grande piazzale erboso adibito a parcheggio. Si scende dall’auto e…eccola!
Superba, unica, bellissima: la Camosciara.

Incredibile anfiteatro rupestre ricco di balzi rocciosi in calcare e dolomie, circondati da arbusti e pini neri. La prima impressione è di trovarsi di fronte una sorta di paesaggio dolomitico, seppure appenninico, con guglie e pinnacoli che svettano dal profilo della dorsale rocciosa. La sua esposizione a nord gli conferisce un alone di mistero perché si osserva quasi sempre in ombra. Un torrente impetuoso, lo Scerto, precipita da quei balzi formando cascate cristalline.

Ogni tanto un’ombra scura sorvola lenta l’anfiteatro per poi picchiare in uno dei suoi tanti nidi. E’ ancora l’aquila reale.
Un tempo Riserva reale di caccia dei Savoia, oggi Riserva naturale integrale, la Camosciara rappresenta un unicum del nostro Appennino.
Tre valichi per entrare in questo parco bellissimo, tre modi d’incontrare una natura conservata per le nuove generazioni, tre emozioni diverse verso ambienti naturali con forme e colori che mutano nella loro biodiversità.

© ® foto di Fabio Borlenghi

Pubblicato da scrignodipandora

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