Oscar 2021: la rivincita delle antidive

di Cinzia Marongiu

Si chiude con un colpo di scena e un vero colpo di teatro la cerimonia degli Oscar 2021, che brucia di delusione per noi italiani visto che Laura Pausini e il “Pinocchio” di Matteo Garrone sono rimasti a bocca asciutta.

Il colpo di scena è che a vincere la statuetta come miglior attore protagonista, l’ultima assegnata nella cerimonia di poco più di tre ore, va a sorpresa all’83enne Anthony Hopkins e non al favorito della vigilia Chadwick Boseman per l’ultima interpretazione in “Ma Rainey’s Black Bottom” prima della sua prematura scomparsa.

Il colpo di teatro invece è l’assenza di Hopkins così come del suo discorso di ringraziamento che sembrava dover essere letto dalla collega Olivia Colman, sua partner in “The “Father – Nulla è come sembra”. Niente di tutto questo. Il grandissimo Hopkins, però, che proprio qualche settimana fa ha celebrato i suoi primi 45 anni senza un goccio di alcol, ha lasciato ben più che una di quelle dediche affannate di nomi e di ringraziamenti. Dal suo account twitter poche ore prima si è affacciato con un video straordinario recitando come solo lui può la più bella e famosa delle poesie scritte da Dylan Thomas, il poeta del Galles ucciso ad appena 39 anni proprio dall’alcol. Quella poesia si intitola “Non andartene docile in quella buonanotte” ed è dedicata al padre, morto per il cancro. Una supplica disperata piena di rabbia e dolore di un figlio al padre morente che mentre vede il proprio padre dissolversi nel niente gli chiede di infuriarsi, nonostante la “buona notte” che altro non è che la morte sia un docile svanire della luce. E sir Anthony, plasmato dal teatro e dalla recitazione “alta” intravista in lui, giovanissimo, da due monumenti come Richard Burton e Laurence Olivier, la dedica al suo amato padre, Richard Hopkins augurandogli la pace del riposo eterno proprio nel cimitero avvolto dalla luce del sole nel quale è sepolto.

Frances McDormand ormai davanti a lei c’è solo Katherine Hepburn

Si chiude così un’edizione degli Oscar destinata a rimanere nella storia perché a stravincerla sono due donne emblema dell’anti-divismo di Hollywood, due coraggiose border line che si ritrovano invece in cima al mondo grazie a quello che è stato decretato come miglior film, “Nomadland” e cioè la minuscola Chloe Zhao e l’eternamente scompigliata Frances McDormand. Una cinese di Pechino che nell’anno del Coronavirus “vendica” i tanti connazionali indicati come untori globali dall’ex presidente Donald Trump e diventa in una sola volta la seconda donna a vincere la statuetta come miglior regista, dopo Katherin Bigelow nel 2010, e la prima asiatica della storia. In quanto a Frances McDermond, ormai davanti a lei c’è soltanto Katherin Hepburn, unica attrice della storia ad aver vinto un Oscar in più: quello come miglior protagonista di “Nomadland” è il terzo infatti, dopo i due conquistati con il film cult del marito Joel Coen “Fargo” nel 1997 e con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, vinto appena quattro anni fa. Proprio per questa vicinanza temporale Frances non era data come favorita dai bookmakers che si sono dovuti arrendere davanti alla forza di un personaggio indimenticabile, quello di Fern, una donna sulla sessantina che improvvisamente perde tutto, il marito, il lavoro, la casa. E che decide di mettersi in viaggio a bordo di un furgoncino in quell’America devastata dalla recessione fatta di una somma di solitudini alla ricerca di qualcosa o piuttosto in fuga dalla propria esistenza. Un personaggio dolente e vero, al quale Frances presta rughe e cuore arrivando a una immedesimazione totale, visto che “ho realmente vissuto come una nomade a bordo di un furgoncino per cinque mesi viaggiando in sette Stati”.

Glenn Close a secco anche stavolta. Ma vince improvvisando un rap

Hollywood quindi che ancora una volta si dimentica di quella straordinaria attrice che è Glenn Close, 8 nomination e nessun Oscar, anche se il fuori programma più divertente della serata è il suo quando si è messa a “rappare” su un pezzo del film di Spike Lee, ma per una volta si ricorda dei dimenticati, dei reietti di una società che corre troppe veloce inseguendo il profitto economico per curarsi di chi resta indietro. Il messaggio del film al quale hanno partecipato dei veri senzatetto è un messaggio universale che davvero tocca le corde più profonde di ognuno di noi in questo mondo smarrito in preda ancora alla pandemia: la casa non è quella fisica, tangibile. La casa è quella dove abitano i nostri ricordi, le cianfrusaglie accatastate nella nostra memoria. La casa è quella dove ci sono coloro ai quali vogliamo bene. Un meta-luogo dove a vincere è soltanto il cuore.

da spettacoli.tiscali.it

*Immagine ansa

Pubblicato da scrignodipandora

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