Quei maledetti pregiudizi

DI MARINA AGOSTINACCHIO

Quante volte ci sarà capitato di mettere in relazione un evento a un altro successivo… La nostra mente riesce a creare legami e, se ci riflettiamo, a far sì che i nostri comportamenti spesso siano agiti istintivamente, agiti per portare a nostro vantaggio situazioni in cui potremmo risultare perdenti.

“Anticipare le possibili conseguenze di un evento ci permette di evitare eventi potenzialmente pericolosi”. E’ una caratteristica del cervello quella di cogliere in anticipo e in modo rapido la conseguenza di un evento subodorato che ci metterebbe in pericolo. Probabilmente la specie umana si è conservata anche grazie a questo potentissimo dispositivo affinatosi nelle epoche. Sentirci al sicuro!

Questa la parola d’ordine. Proteggere la nostra vita e conservare quanto abbiamo appreso per assicurarci la perpetuazione della specie umana.
Questo modo “rapido” di prendere decisioni funziona molto bene finché gli elementi in gioco sono pochi, ma quando lo scenario nel quale dobbiamo prendere la decisione è più complesso, i giochi iniziano a farsi duri. Ma quando si tratta di mettere insieme cause ed effetti lontani nel tempo? Se le conseguenze sono lontane nel tempo, perché ci sarà difficile coglierne (o ammetterne) il legame?

A questo proposito mi viene in mente quante volte sia stato difficile cercare di convincere figli ed alunni sulla pericolosità di certe scelte. Quella del fumo, ad esempio, è la tipica esperienza che se prolungata nel tempo diviene nociva. Ma i ragazzi non ne avvertono la pericolosità. E in effetti quando si è in salute non si pensa a interdipendenze tra fumo e tumore ai polmoni o alla vescica, né a una serie di possibili future crisi respiratorie. Ugualmente avviene nel caso dell’obesità.

Ci dicono alcuni studi che sono in aumento i casi di bambini obesi per cattive abitudini alimentari. Né genitori, né figli sembrano porsi il problema in modo serio. Tutto nasce dal fatto che siamo propensi solo a reagire a difesa di noi stessi e della nostra vita se avvertiamo il pericolo nei paraggi. Ci chiediamo perché il cervello non venga in nostro soccorso quando a un abituale comportamento non corrisponda la possibilità di saper fiutare la conseguente minaccia seppure lontana.
L’avete mai sentito dire “Minimo sforzo, massimo rendimento? In genere si contestualizza questo detto nel caso in cui qualcuno voglia ottenere presto e bene qualche risultato.

Ebbene questa massima vale soprattutto per il nostro cervello che sembra avere recepito magnificamente il messaggio. Non disperdere forze, non consumare energie. Quindi trovare i modi per ridurre ogni possibile sforzo sembra l’algoritmo del cervello. Ecco perché se siamo di fronte a scelte di difficile soluzione siamo propensi a prendere la via più semplice. Le chiamano scorciatoie mentali, vantaggiose in quanto a risparmio di tempo e di fatica. Ma esse sono inganni per la costruzione delle fondamenta su cui si edifica la persona.

Questo modo di procedere del cervello che noi assecondiamo quando le scelte sussistono in situazioni più problematiche, viene definito bias cognitivo (pregiudizio).; esso propende in modo ricorrente a offrire soluzioni non corrette ai nostri quesiti. In quanto non oggettive, rispetto a informazioni ricevute di fronte alle quali siamo chiamati a dare delle risposte di comportamento, i bias cognitivi sono delle falsificazioni che attuiamo nel giudicare fatti e avvenimenti. “In sintesi, i bias cognitivi rappresentano il modo con cui il nostro cervello distorce di fatto la realtà”.

Il bias si rivela come una tendenza sistematica ad allontanarci da un giudizio razionale per offrire un’interpretazione non vera di fatti, notizie, concetti che vengono sottoposti al nostro parere.
Spesso si compiono scelte per un impulso irrazionale, dettato dall’emozione e dalla rapidità di soluzione senza troppe complicazioni e valutazioni che farebbero “perdere tempo”.

Decidere soppesando le conseguenze dell’opzione selezionata, approfondendo con la ragione i pro e i contro, richiede un atteggiamento della mente contrario alla natura del nostro cervello che si è sviluppato secondo l’inclinazione a mettere in relazione causa-effetto non lontani nel tempo o nello spazio.
Sara Garofalo, autrice del saggio letto, dal titolo “Riconoscere le trappole della nostra mente” ci dice “Le decisioni, come vaccinare se stessi o i propri figli, acquistare prodotti geneticamente modificati, donare gli organi o essere favorevoli all’energia nucleare, sono scelte complesse che richiedono più della frazione di secondo necessaria”.

Ed è proprio vero! Esiste in noi una propensione alla valutazione tra opzioni che non ci proietti verso una sconfitta; capita quando si è portati a valutare il rischio dell’opzione non scelta come negativa perché si presenta nelle vesti del nemico. Pensiamo alla deliberazione di un cambiamento dello stile di vita, all’ adozione di misure comportamentali nel rispetto della natura e dell’ambiente, scelte che riguardano un’alimentazione sana, prodotti senza conservanti… Tutto ciò richiede una misura del tempo diversa, comporta una volontà di razionalizzazione delle nostre giornate contraria al motto “Tutto e subito”.

Pensiamo anche ai contenitori in plastica che ci servono per la conservazione di alimenti. Plastica sì, plastica no. A tal proposito, leggevo nella sezione scienze del giornale online Il Tascabile, che attraverso l’acqua ingeriamo ben circa 5 grammi di plastica a settimana! E questo perché non tutta la plastica può essere eliminata con la raccolta differenziata. “Se filtrassimo tutte le acque salate del mondo, scopriremmo che ogni chilometro quadrato di esse contiene circa 46.000 micro particelle di plastica in sospensione. La plastica è infatti il prodotto sintetico a più lunga conservazione, si degrada completamente solo in centinaia di anni”.

Infatti, dal PET al poliestere, la plastica non è un materiale biodegradabile, inoltre essa inquina perché mal smaltita. Fibre di plastica trovate in ogni mezzo litro di acqua variano tra il 4,8% degli USA all’1,9% dell’Europa. Queste micro particelle di plastica si sono riscontrate nell’ acqua degli oceani e in quelle dolci, nel suolo e nell’aria. Uno studio ha messo in evidenza che la contaminazione da plastica la si riscontra nell’acqua corrente, nei rubinetti di casa.

Circa poi alla sostituzione della plastica con la bioplastica tra l’altro leggevo che “gli alberelli ricavati dalla canna da zucchero, pur essendo di origine vegetale, non sono biodegradabili, come spesso accade per altre bioplastiche che, se non smaltite correttamente, possono restare a lungo nell’ambiente interferendo con gli ecosistemi. Inoltre, se è vero che non derivano dal petrolio, necessitano però di coltivazioni che sottraggono suolo alla produzione alimentare e consumano ingenti quantità di acqua, energia, fitofarmaci e fertilizzanti”

Inoltre: “Decine di scienziati si sono messi all’opera nei laboratori di ricerca e sviluppo dell’azienda danese Lego, ma dopo aver testato oltre 200 materiali sono riusciti a produrre solo qualche alberello ricavato dall’etilene estratto dalla canna da zucchero. Come racconta il Wall Street Journal, i mattoncini ricavati dal mais erano troppo morbidi, quelli a base di grano opachi e tutti gli altri finivano per rivelarsi fragili, o difficili da separare o, al contrario, non facevano abbastanza presa – quasi a voler dimostrare la difficoltà di liberarsi della dipendenza dalla plastica derivata dal petrolio.
Così leggiamo su una rivista online, Vegolosi.it, che un’altra possibile alternativa alla plastica è il cactus.

“L’alternativa biodegradabile alla plastica ora arriva anche dai cactus realizzata partendo dalle foglie di cactus, è completamente biodegradabile e atossica: parliamo di una delle “plastiche del futuro”, prodotta per ora solo in fase sperimentale”
Dovremmo decidere di invertire la marcia alle nostre abitudini, pur essendo consapevoli che non tutti vedremo un cambiamento a beneficio dell’umanità.
Come?
Scegliendo, ad esempio, il vuoto a rendere, il vetro al posto della plastica; riusando; riciclando; selezionando i rifiuti -adottando la raccolta differenziata…; recuperando – pensando a possibili usi funzionali di un oggetto. Riducendo i consumi – “optando per prodotti con meno imballaggi, borse in stoffa, batterie ricaricabili…”

Ma di fronte a decisioni dove è in gioco un futuro che per ora appare lontano prendere quella giusta è difficile se la tendenza naturale dell’uomo è quella di seguire le scorciatoie e di preferire la via che porta ad economizzare in perdite immediate. Mi riferisco al tempo, all’incertezza dei risultati, alla riconversione di vita in fatto di abitudini, di costi, di rifiuto del cosiddetto progresso in cambio di un’esistenza meno ricca di comodità.
Possiamo aiutarci a vincere il pregiudizio attraverso alcune pratiche.

Degli studi, infatti, hanno messo in evidenza come sia importante pianificare in anticipo la strategia adeguata a prendere una certa decisione.
E come?
Decidendo gradualmente le azioni che si dirigono verso una scelta, verificandone le conseguenze per agire in modo meno immediato e più ragionato.
Certo, è più consolante ricercare conferme al nostro orientamento circa una decisione da prendere, attraverso notizie lette o sentite. Ancora maggiormente tranquillizzante è non prendere alcuna decisione per essere spettatori esterni di quanto avviene attorno a noi.
Come potremmo incominciare a cambiare atteggiamento mentale?

Sapere superare il rischio di possibili sconfitte e la paura di ripercussioni negative sul piano sarebbe un primo passo verso il cambiamento.
Si potrebbe incominciare a rimuovere la tendenza alla scelta più facile considerando l’opzione meno immediata rispetto alla propria. Si può fare informandosi, superando così pregiudizi, costruzioni devianti dei bias cognitivi.