Ricordando mia nonna

DI GIOVANNI BOGANI

Minnie

Con quel nome francese, Minnie. Che faceva così chic. Non appartenevi alla normalità, no. Tu ti chiamavi Minnie, e io non ho mai pensato, neppure per un attimo, che c’entrasse qualcosa Topolino.

Ti chiamarono Minnie nel 1903, o forse fu un soprannome che ti volò addosso, come la piuma sulle scarpe di Forrest Gump, qualche anno dopo. Ma molto, molto prima che Mickey Mouse iniziasse a essere disegnato in modo rudimentale e incerto, in un’epoca in cui tu dipingevi già.

Minnie, in quell’inizio di secolo, di sicuro profumava di Francia, di Tour Eiffel appena costruita, di pittori sulla riva della Senna, di fisarmoniche e serre Liberty in ferro e vetro.

Scopro adesso che Minnie è un nome di origine ebraica. Per me Minnie era un nome rosso fragola, un nome leggero, da indossare come una sottoveste bianca, era la ragazza che balla in un quadro di Renoir.

Tu, nonna, sei stata il mio giardino delle meraviglie, il mio paese dei balocchi. Sei stata la mia fiaba e il mio viaggio nel mondo. Casa tua era la mia Isola del tesoro, casa tua era la Città della Domenica. In una stanza c’erano i cavalletti, le tele, i colori, l’acqua ragia, la tavolozza.

E c’eri tu con i tuoi quadri di fiori, con le sterlizie e le rose, con le tue riproduzioni di El Greco e di Ingres. E ogni quadro era diverso, ogni quadro era qualcosa che non avevi fatto prima. Fino a quando, ottantenne, dipingesti l’Estasi, una donna nuda che aveva un braccio alzato, gli occhi socchiusi e il mento in su, una donna nuda che aveva un orgasmo e che scompariva in una nuvola di buio caravaggesco. Avevi ottant’anni, quando la hai dipinta, non venti.

Casa tua era piena di cose meravigliose. Anche il macinacaffè, una scatoletta di legno chiaro, sopra c’era la manovella e sotto un cassettino dove, magicamente, il caffè usciva macinato e pieno di profumo.

Andavamo insieme a comprare il caffè in grani, c’era un negozio con delle enormi teche di vetro con le diverse miscele di caffè: e io per la prima volta capivo che ce n’erano tanti tipi, che venivano da luoghi diversi del mondo. I chicchi di caffè erano in vetrina. Quando ne sceglievi un tipo, il commesso apriva una porticina, e i chicchi scendevano giù, con rumore di festa.

Tutto era al suo posto, tutto era sorprendente, e tutto era infinito.

Hit Parade

A casa tua c’era il tostapane: una macchina misteriosa, portata dagli alieni, dotata di una mente propria, che dopo cinque minuti tutta da sola, tac!, sparava in alto due fette di pane strano, quadrato, bruno, pane degli americani. Non come quel pane bianco, farinoso, che a casa si tagliava con il coltello lungo con il manico bianco, quello diventato storto a forza di tagliare il pane. Con quel pane, la colazione sembrava così diversa, sembrava di essere americani anche noi.

Tu, nonna, per tagliare il pane avevi un coltello con la lama finissima, praticamente era diventata concava, a forza di tagliare. Una specie di kriss malese di Sandokan: lo usavi solo per il pane, proibito chiamarlo in causa per scopi meno nobili. Era il coltello “fino”, il principe dei coltelli. E invece, pesantissimo e solido, c’era il batticarne con il manico rosso: avevo io il compito di battere le braciole, e lo facevo coscienziosamente, era un gioco bellissimo.

E giù, nella stanza buia, c’era la stufa.

Di ghisa. Grassa, plumbea, piantata e forte come un animale. Accanto, i pezzi di legno, e forse di carbone. Aprivo il coperchio, e vedevo la luce rossa, vivida, del fuoco. Una stufa magica, che mangiava legno e carbone. Non come quella a cherosene di casa mia, che in tutta la casa spargeva quell’odore di gas che mi faceva venire il mal di testa, da novembre fino ad aprile.

Quando veniva Pasqua, dipingevamo insieme le uova sode. E ogni uovo era un quadro, un’invenzione, uno squillo di colore. Su quei gusci facemmo gli arcobaleni più belli della mia vita. E poi, andavamo intorno a casa tua, in centro.

“Il venerdì santo si fa il giro delle Sette chiese”. E le sette chiese, lì, erano fra le più belle della cristianità. Ognuna diversa, ognuna con un suo chiaroscuro, una sua vibrazione.

E c’era la radio, la radio Telefunken a valvole. Grande come un televisore, bella come una Pontiac nei film americani, bella come le auto di Cary Grant. Con le due grandi manopole, e il color avorio, colore delle auto più belle.

Ed è nella cucina di casa tua che, all’una di venerdì, sentivo Lelio Luttazzi presentare “Hiiit… Paraaaaaaaade!”, e chi non l’ha ascoltata nn può sapere che emozione fosse.

La classifica che saliva dal decimo posto, ogni settimana qualcosa di nuovo accadeva: un giorno apparve “Lilly” di Antonello Venditti, e sentivi che stava cambiando il mondo. No, non si può assolutamente capire.

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

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