Ripercorrere l’idea della felicità, perdendo di vista la serenità

DI ANNA LISA MINUTILLO

Avete notato quanto sia liberatoria la visione della vastità?
Quando ci ritroviamo ad osservare gli ampi spazi, dove non esistono confini, dove si perde la linea dell’orizzonte, ci sentiamo meglio.

Cadono quelle mura di costrizione che ci trattengono spesso, fornendo quella visione di «gabbia» in cui finiamo, nostro malgrado, cercando di sopravvivere ad una vita che pare vissuta a metà.

Non importa se accade al mare quando osserviamo quel perpetuo rincorrersi delle onde, oppure in collina dove mari di girasoli seguono i profili di dolci rilievi.

Dimentichiamo tutto, partiamo per itinerari sconosciuti, ci riempiamo gli occhi di vastità, riempiamo i polmoni di aria che ha un sapore differente, rotoliamo in vortici senza fine, dimenticando che ciò che vediamo potremmo vederlo sempre, volendo, che l’aria che mastichiamo avidamente è sempre la stessa.

Cosa cambia allora davvero? È solo l’angolo di osservazione? Il punto di vista in cui ci immergiamo? Oppure cambiamo noi, la nostra predisposizione all’incontro con ciò che dimentichiamo presi dalla quotidianità?

Fatto è che ci siamo autodestinati ad una vita che per molti, non possiede più quella tanto ricercata felicità.
Destinati a paesaggi deturpati, ingrigiti, stantii, come le nostre coscienze, cerchiamo di sopravvivere dimenticandoci di vivere.

Colpa dello stress, della scontata routine, oppure colpa un po’ nostra che ci siamo arresi, che siamo sempre tesi, che dobbiamo sempre dimostrare il nostro valore a qualcuno cercando di accontentare tutti, ma scontentando noi stessi?

Abbiamo occhi che guardano ma non vedono, abbiamo l’assurda concezione che le parole siano solo perdita di tempo, abbiamo emozioni soffocate che sfociano in rabbia incontenibile, abbiamo battiti emozionali che non ascoltiamo più.

Confondiamo l’essere felici con il dimostrare il nostro stato sociale elevato, ma siamo piegati a metà dentro l’anima.
Gabbie con mura invisibili ci accerchiano senza fornire vie di uscita, trappole mortali che ci inglobano, tutto pur di non mostrare le nostre fragilità.

Quante volte veniamo feriti da osservazioni in cui non ci identifichiamo minimamente e solo per il timore di controbattere, abbassiamo il capo e soffochiamo reazioni, che logorano il nostro animo ma che se enunciate potrebbero mettere a repentaglio i rapporti interpersonali.

È questa la felicità? L’accontentarsi per non scontentare, per non perdere tutto?
E, cos’è quel tutto se invece di renderci appagati ci fa sentire incompleti, trasportandoci in sfide sempre più complesse da superare?

Si vedono gli altri come «nemici» da combattere, da tenere distanti, quando le distanze privano proprio di quegli instanti che tanto ci farebbero bene.

E, non è colpa della pandemia, osserviamoci bene, eravamo diventati così già prima di questo problema.

Vige la legge dell’opportunismo bieco e scellerato, vige il cartonato a dimensione reale di un’immagine che con noi non ha nulla a che vedere, guai a mostrare la parte debole, perché, neanche fai in tempo a voltarti che «il nemico» ti ha già addentato la giugulare e stramazzi al suolo…

Un capolavoro di società, non c’è che dire: tutti maestri e professori che dall’altro delle loro inventate cattedre, piuttosto che educare, dispensano consigli al fine di alimentare guerre che conducono dritti filati verso il nulla.

Il trofeo? Qualche avanzamento di «carriera», magari virtuale, inconsistente, assegnato oggi con decorrenza dopodomani.

Amici persi per strada perché quando avevano bisogno, avevamo da fare.
Famiglie che si sgretolano perché i figli non venivano ascoltati, supportati, seguiti intanto che l’ennesima riunione pianificata ad orari assurdi, richiedeva la nostra presenza.

Si scelgono abitazioni che diventano cubi appiattiti nel caos, fagocitati da rumori che strillano più dei nostri pensieri, suoni che non udiamo più, neanche le gocce della pioggia che sbatte sui davanzali, o il canto dei merli mattutini.

Non un angolo di verde, qualche fiore che ci mostri lo sbocciare della vita, oppure uno spazio in cui i bimbi possano riempire con le loro voci il grigio che ci circonda.

Ma, volete mettere, la comodità di non fare qualche passo per raggiungere la prima stazione del metrò che ci porterà a destinazione?

Destinazione che con la vastità, con quell’idea di libertà, non ha nulla a che vedere.
Sarebbe questo il rincorrere la felicità?
Il non sapere neanche chi abiti sullo stesso pianerottolo, oppure il non notare quanti piccoli negozi chiudono, oppure ancora il non avere neanche il tempo per far rotolare un euro nel cappello malandato di chi ha smesso di correre per recarsi a lavoro, per iniziare a rincorrere un pezzo di pane?

Siamo felici forse quando da protagoniste di una «storia d’amore», ci ritroviamo ad essere vittime di chi l’amore non lo ha conosciuto mai.

Oppure forse lo siamo quando uscendo di sera, invece di sentirci libere, dobbiamo sentirci coraggiose perché sfidiamo i rischi che un’azione banale, non dovrebbe farci correre?

Ed ancora: come la mettiamo con le passioni di cui non potevamo fare a meno, ma che abbiamo dimenticato, impedendo così alla creatività che possediamo di esplodere, mentre la condanniamo a restare sopita. Questo perché circondarci di persone che non danno valore aggiunto alla nostra esistenza, pare valere di più?

Cerchiamo una felicità che abbiamo più o meno barattato un po’ tutti con l’apparenza di una vita «migliore», senza renderci conto, di averla trasformata, attraverso un mare di rinunce, in un piatto mare in cui cerchiamo di galleggiare.

Un mare che ha perso qualità e che si crogiola nell’illusione dove naufragheranno i nostri sogni se continuiamo con questa noiosa pantomima di una vita.

Ciò che è peggio è che, non vediamo più la serenità, quella di cui non ci accontentiamo, quella che si potrebbe avere se solo si lasciasse il posto a quelle cose belle che ci circondano ma che riteniamo superate, perché nessuno deve sapere che ci siamo stancati dei muri di quelle gabbie.

L’importante è esserci, non importa come ed a quale prezzo, dobbiamo essere lì, dove siamo pedine pronte ad essere sacrificate non appena su quella scacchiera si verrà a trovare qualcuno disposto ad annullarsi completamente per far star bene chi vuole il nostro male.

Cerchiamo la vastità per far tacere quella voce di ribellione interiore, che non siamo più in grado di ascoltare, quando ci parla di ciò che siamo stati.

Confondiamo quei ricordi con stimoli negativi, piuttosto di afferrarli e tenerli stretti, piuttosto che vederli come un salvagente a cui aggrapparsi forte, per non annegare in quel mare di apparente felicità.

Non sarebbe forse il caso di iniziare ad abbattere quei muri e riprenderci in mano la vita, piuttosto che continuare ad interpretare un ruolo in cui non ci identifichiamo più?

Dipende da noi, da quanto siamo disposti a fare, dal bene ci ci vogliamo, dalla capacità di non farci annientare.
Ognuno a suo modo, ognuno con i suoi tempi, ognuno con la sua grinta ma: torniamo a coinvolgere ciò che conta davvero, allontanando ciò che travestito da salvatore delle sorti, ci tende la mano per poi lasciarla non appena torneremo a ricordare, con malinconia, chi e cosa eravamo…

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Anna Lisa Minutillo

Pubblicato da Anna Lisa Minutillo

Blogger da oltre nove anni. Appassionata di scrittura e fotografia. Ama trattare temi in cui mette al centro le tematiche sociali con uno sguardo maggiore verso l'universo femminile. Ha studiato psicologia ed ancora la studia, in quanto la ritiene un lungo viaggio che non ha fine.