«Rotta del tempo» di Salvatore Gulli’, non solo un disco ma un oasi nel deserto

DI ANTONIO MARTONE

Un autore va considerato nell’insieme della sua storia artistica. Se è vero questo, Salvatore Gullì/cantautore non si potrà comprendere se non inquadrandolo nel contesto complessivo di un’opera anche letteraria e saggistica (cfr. Rivolte a venire. Etica ed utopia, La città del sole, 2015), nella quale egli aveva già prodotto un significativo grido di libertà, consapevolmente utopico, opposto alla prevaricazione di vecchi e nuovi despoti, al fine di produrre nella coscienza di ciascuno un qualcosa che somigliasse ad un germe di resistenza civile e di idealità umane e politiche.

 

Pur inscrivendosi all’interno della tradizione cantautorale europea (italo-francese in particolare), Gullì presenta tratti di forte originalità e di questa cercherò di render conto con qualche spunto qui di seguito.

Piuttosto che porsi come un mero produttore di concetti astratti, egli ritiene – quanto lo sento vicino in questo intento! – di dover rendere carne e sangue quelle stesse idee e che, nel suo caso, non lo si possa fare senza farsi aiutare dalla musica e dal ritmo.

In questo, direi che l’autore di Rotta del tempo si rifaccia a modelli antichi, a stili narrativi cioè, di quando il canto era poesia, musica e senso nello stesso tempo. Un tempo in cui il significante non poteva essere disgiunto dal significato.

Ritorna qui – qui, nel senso di fondo della sua poetica e non solo nel significato esplicito dei suoi versi – l’appartenenza dell’autore ad una terra profondamente segnata dalla grecità e dalla mediterraneità.

Per quanto riguarda gli arrangiamenti musicali – ciò che in un disco non è mai un dato marginale – questi mi sembrano attingere dalle tradizioni più diverse, non soltanto dal rock e dal jazz che appaiono comunque dominanti.

In generale, i testi sono accompagnati da arrangiamenti di grande spessore nei quali una tromba sovrana si erge come una stella nella notte. Le sonorità, inoltre, sono arrotondate ma anche aguzze: sembrano vogliano, nello stesso tempo, accarezzarci e ammonirci.

Dapprima lento e sinuoso, il ritmo si gonfia talvolta fino ad esplodere, rimanendo a lungo sospeso, come tanti frammenti scatenati nell’aria, per poi ricadere, non senza lasciare nel cuore e nella mente dell’ascoltatore una potente eco di libertà.

 

La nostra è una fase storica attraversata dallo sradicamento, dalla crisi del pensiero e dall’assenza di criteri orientativi. Si tratta di un tempo collocato decisamente oltre la misura classica e quella cristiana e che, come la nave ritratta sulla copertina del libro, si è lasciato il porto alle spalle, viaggiando con ordini sigillati verso una meta sconosciuta.

Non possiamo dar torto all’autore quando interpreta in tal modo il simbolo dominante dei nostri giorni: il tecno-capitalismo globalizzato sembra voglia colonizzare l’intero dell’uomo per traghettarlo all’interno di una realtà post-umana, se non dis/umana, nella quale le cittadine e i cittadini sono diventati sudditi consumatori.

 

I brani presenti in Rotta del tempo sono canzoni pregne di passione umana e civile. I testi (ri)suonano di chiare ispirazioni libertarie, manifesto di un’epoca di naufragi e di tramonti. In una fase storica nella quale regna il disimpegno assoluto della canzone insieme al dispotismo delle visualizzazioni, il disco di Salvatore Gullì è una sorta di oasi nel deserto.

In un tempo in cui i palcoscenici sono affollati, come già osservava Franco Battiato, da “scemi che si muovono”, siano i benvenuti i dischi veri come quelli di Salvatore.

Non è soltanto la politica e la filosofia ciò che alimenta dal profondo la poetica del disco. L’autore, infatti, appare del tutto consapevole che non vi è alta politica che non sia nutrita dall’interno da una forte espressione esistenziale la quale, nel Rosario dispiegato dai brani dell’album, diventa un’autobiografia per immagini.

Va sottolineato fortemente questo aspetto: in Rotta del tempo, lo sguardo dell’autore diviene quasi fotografico e direi persino, talvolta, “mitopoietico”: esso riesce a catturare il volto di personaggi che si imprimono nella mente dell’ascoltatore (Lucrezia, Nanà, Margherita, Thérese).

I personaggi divengono così emblema di libertà: di una libertà perduta o vagheggiata, di una libertà da riconquistare o da difendere ma sempre collocata in uno spazio esistenziale intangibile e puro.

A questo punto, e a questo livello, il canto libertario di Gullì diviene universale. Poco importa che la libertà minacciata sia quella del nostro tempo, in una Italia imbarbarita e in un’Europa dominata da tiranni aridi e famelici, oppure sia quella di un povero brigante meridionale degli anni Sessanta del diciannovesimo secolo.

La libertà non ha tempo, sembra dirci l’autore, e ieri come oggi, e certamente come domani, essa sarà un scelta che reclama il nostro impegno o, perfino, il nostro stesso sacrificio.

Ed è esattamente questo che dice un brigante del mezzogiorno d’Italia quando si rifiuta di accettare la fame e la miseria imposta dagli invasori del nord: “Il mio sangue vale più della mia viltà”, “I baroni non mi avranno mai”.

Inutile dire: sembra qui di scorgere la solitudine braccata dei briganti sui monti dell’Appennino, nelle sere intorno al fuoco appoggiati al fucile. Sembra di rivedere Carmine Donatelli Crocco o Nicola Summa, detto Ninco Nanco: guerriglieri del Sud che la storia ha cancellato per paura di essere smentita nel suo presunto progressismo.

 

Infine, esiste una fortissima religiosità (nel senso etimologico di religio) nell’album di Salvatore. In diversi tratti del suo lavoro, il canto diventa tanto lirico da lambire l’invocazione o, perfino, la preghiera.

Si fanno strada così, nei suoi versi, sentimenti contrastanti quali quelli scaturiti dagli errori fatti e dalla voglia di ricominciare, dalla presenza di una natura dalla bellezza straziante, alla consapevolezza della finitudine di tutto ciò che è vivente.

Il disco di Salvatore è un dono per la musica d’autore (non solo) italiana. Rotta del tempo oscilla costantemente fra crudo realismo e poesia utopica, dal racconto disperato e rivoltoso alla fiaba idillica.

Inutile dire che, in un tempo in cui la visibilità degli autori è pressoché commisurata, in ordine inverso, alla loro qualità, io mi auguro fortemente che a questo album arrida il successo pieno, poiché ciò significherebbe anzitutto la voglia del pubblico di ritornare al senso e alla bellezza.

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