Sacks

DI GIOVANNI BOGANI

 

È che non ci sono i giorni da brutte notizie. Può arrivare in un giorno di sole, un giorno d’autunno in cui ti senti bene. Mi ricordo quella pagina di Oliver Sacks, un neurologo che scriveva libri belli come romanzi. Sacks racconta la mattina in cui andò al cinema, una delle sue abitudini innocenti, una delle abitudini di un uomo solo che vive a New York, dove ci sono cinema che proiettano film anche al mattino.

Quel giorno, quando si spensero le luci, continuò a vedere una piccola luce, un lampo, al bordo del suo campo visivo. E d’improvviso la sua vita cambiò colore. Ho immaginato molte volte quella mattina, lui che dopo una passeggiata a Central Park pagava il biglietto, entrava nel cinema. Un’abitudine che non può far male, non può nascondere la morte.

Sacks, il neurologo geniale, quello che aveva scritto “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Lui, che riusciva a vedere il mondo con gli occhi dei suoi malati. Lui che riusciva a capire che il mondo può anche non essere così, con questi colori, con questo sotto e questo sopra. Lui riusciva a capire che ci possono essere persone che vedono, sentono, vivono “cose” diverse da quelle che sentiamo noi.

Sacks, che aveva visto uomini rallentati, pietrificati; e altri accelerati, trasformati in parossistiche parodie da cinema muto. E altri uomini ridotti a sinfonie di tic; o uomini senza memoria, perduti in un limbo senza giorni, senza passato né futuro. Lui che in ogni paziente riusciva a vedere la persona, l’anima ricca, vitale, artistica, innamorata della vita: che riusciva a vederla dove altri vedevano casi senza speranza. Sacks che, quel mattino, iniziò ad ospitare il Nemico.

Un colloquio con un medico – un collega: e la raggelante sensazione di essere diventato in un attimo, da collega, paziente. Di quella luce non si sarebbe più liberato. Una piccola macchia nera accanto alla retina avrebbe divorato la sua vita.

Non se lo aspettava, quel giorno, Oliver Sacks. Viveva con levità la sua solitudine. Amava i suoi pazienti, amava il suo lavoro. Un po’ come accade a me. Tranne la levità. Faceva lunghe passeggiate, ascoltava musica, leggeva. Non dava importanza ai vestiti, al cibo, al denaro. Scriveva libri in cui ogni parola era misurata, umana, illuminante.

Tanti libri, la costanza del maratoneta. Ha vissuto fra immense bizzarrie, immense sofferenze, immensi dolori, cercando di riconoscere dietro ogni maledizione, dietro ogni anomalia, l’umanità profonda, meritevole di amore e di salvezza, di ciascuno di noi. Ha osservato, ha rispettato, ha amato. Quello che avrei voluto fare io.

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