Scuola. Perché i precari dovrebbero esserci in entrambe le manifestazioni del 9 e 15 giugno

di Salvatore Salerno

Ecco perché i precari dovrebbero esserci in entrambe le manifestazioni del 9 e 15 giugno.
Perché dovrebbero andarci anche gli insegnanti di ruolo e gli Ata.
Perché tutti hanno bisogno di aiuto e nessuno può farcela da solo. Vediamo di ragionare e vedere, nei limiti di un articoletto, a che punto è la notte per la scuola pubblica su reclutamento e mobilità, che sono i temi del giorno, ma anche, se possibile e per cenni a guardare un poco più in là, la prospettiva a breve, media e lunga scadenza che riguarda il complesso dei problemi della scuola italiana, dei tagli e mancati investimenti del passato confermati, cifre alla mano, ancora oggi dopo tredici anni dalla Gelmini e altri otto Ministri, governi di diverso colore, o senza colore, come l’attuale e quello di Monti del 2011.
Il primo ad avere bisogno di aiuto è il Sindacato, quello con la S maiuscola nella storia dell’altro secolo e ridotto oggi alla firma di patti farlocchi, incapace perfino di scrivere quel patto sulla scuola delegando una controparte a farlo, in questo caso il Ministero istruzione, che lo ha svuotato nel testo.
Un sindacato che, nello stesso giorno della firma solenne, viene relegato al compito di chiedere emendamenti parlamentari per cambiare il decreto sostegni bis negli articoli 58 e 59 che, anche questi, vengono scritti a sua insaputa dall’apparato tecnico del governo e presumibilmente la ragioneria dello Stato, in coerenza con il patto checchè se ne dica dato che niente in quegli articoli è contrario al patto senza numeri, cifre, tempi.
Un sindacato da tavoli tecnici preconfezionati che tollera una scadenza contrattuale giunta a 30 mesi senza nulla di fatto e senza poter fare cifre di aumento sostanziale degli stipendi per non allontanarsi ancora dal livello medio europeo, un sindacato che non tocca palla sui fondi europei, quelli ordinari dei Pon e, soprattutto, quelli del next generation EU, oggi PNRR, che sfioreranno la scuola fino al 2016.
Un sindacato che dimostra plasticamente la sua debolezza per gli ultimi scioperi proclamati alla fine dell’anno scolastico 2019/2020 e quest’anno con la partecipazione del 2% o giù di lì, meno degli iscritti con tessera e anche meno delle RSU che sono in ogni scuola italiana.
Quando una base non ascolta la proclamazione di uno sciopero generale della scuola il primo effetto, in un Paese normale, è la dimissione del gruppo dirigente o, almeno, un grande dibattito interno e pubblico che discute il fallimento e cambiare l’atteggiamento. Niente di tutto questo.
Allo stesso modo la politica che, anche nei personaggi più che Partiti o movimenti che possano trarne una linea condivisa al loro interno, parla e sparla di ogni cosa mai evidenziando il nodo principale che ad ogni cosa corrisponde, cioè i soldi pubblici che si mettono o non si mettono per risolvere o tamponare un problema.
L’esempio più evidente è proprio il reclutamento che in qualsiasi programmazione parte dagli organici, dai loro numeri, dal bisogno reale per un servizio che, pure se ridotto al minimo, non può prescindere dalla quantificazione di personale e spesa se a settembre, cioè domani, vuole riaprire in modo diverso dall’anno precedente.
E invece no. Di soldi non se ne parla pur sapendo bene che se si allarga l’organico di diritto in qualsiasi modo, stabilizzazione, percorsi abilitanti, concorsi, lotteria a premi, bisogna mettere nei capitoli di bilancio i miliardi di euro necessari, non cavarsela con i precari a vita o lo status quo. Si dirà che non è tempo di bilancio dello Stato, quello si fa con la legge di stabilità a fine anno, che i soldi che ci sono per il debito buono o cattivo, sono quelli (la scuola evidentemente rientra in quello cattivo).
Ma anche qui, una classe politica mediocre potrebbe intervenire lo stesso a giugno per rifare i conti a dicembre. Come si fa? La scuola, da questo punto di vista, è il terreno operativo più facile anche in termini di soldi subito e soldi differiti.
Non è proprio la scuola che richiede, a differenza di ogni altro posto di lavoro e ingiustificatamente il più delle volte, l’abilitazione, l’anno di prova, il ruolo con decorrenza giuridica o economica, l’esame del sangue?
Questo comunque dilata i tempi della spesa in bilancio. Intanto nella scuola, se ci fosse verità, si può scrivere nero su bianco in un patto e nella legge che servono 300.000 nuovi docenti in tre anni e in organico di diritto, al netto dei pensionamenti di questi ultimi anno, compreso il 2021 e per i prossimi tre.
Lo stesso, nelle dovute proporzioni, per il personale Ata. Non lo possono fare adesso e subito, bene, lo si dica e lo si scriva a chiare lettere, 100.000 nel 2021 e altri 100.000 per ogni anno nei prossimi due anni, decorrenza come si vuole ma dignità e certezza subito.
Invece, si salta in gran parte l’ultimo anno per il turn over su conteggio cattedre e mobilità, come sempre. Si ipotizza un numero di assunzioni (cioè ruolo subito) che non arriva ad un quarto del fabbisogno per settembre 2021. Per il resto va come sempre, ritardi negli incarichi e supplenze (si risparmia anche su questo), deroghe per il sostegno per oltre la metà che si sa benissimo che servirebbe tutto intero a settembre e arriva invece anche a gennaio dell’anno successivo, l’organico di fatto che segna il 25% in più rispetto a quello di diritto, precari da tutte le parti, perfino con Mad, ma che sempre precari devono essere, usa e getta.
E, a proposito di precari, pensano davvero di farcela da soli? Con quattro gatti in viale Trastevere, bandiere e striscioni più delle persone, musiche, sceneggiate e megafono ad una sola persona e invitati speciali di un solo Partito?
Perché questo si è visto finora anche se la verità fa male e fa più male ad una sola associazione che ha adesioni, visualizzazioni e like su social ma non ha una linea se non contro tutti e, al momento, contro tutti del momento.
Si deve trovare un altra strada e apparire qualcosa di diverso, costringere il Paese a farsi un’immagine diversa della categoria dei docenti precari e di ruolo, del ruolo del sindacato, della politica e dei governi. Saranno almeno qualche migliaio i manifestanti del 15 giugno, con più voci ma senza bandierine per farne una sola voce? Perché anche in quella manifestazione autogestita del 15 a Roma non ci vanno anche tutti i sindacati e tutti i Partiti?
Le occasioni del 9 e 15 giugno, entrambe legittime, sono probabilmente l’ultima possibilitàSicuramente l’ultima prima di settembre. Ma non devono essere il solito rito da dimenticare il giorno dopo e magari sentirsi soddisfatti di qualche urlo in più. Non serviranno neanche queste se in ciascuna manifestazione non matura un cambiamento, non si sviluppa un ragionamento e non si prende coscienza del problema scuola in Italia che è sempre più grande di quello che appare se non si guarda solo dal proprio personale interesse personale o di una posizione nel ruolo o nel precariato diversa, del prima io e poi tu.
Dovrebbe essere evidente un processo di parcellizzazione, prodotto e voluto, che non fa più una categoria tale e quindi debole, ininfluente, indifendibile a spezzoni. 
Di quanto è aumentata la considerazione sociale ed economica dei docenti e ata negli ultimi 20 anni? 
Com’è che di una risposta facile, cioè niente, anzi si è notevolmente abbassata, tutti, ognuno, per quel che può e deve in ogni occasione, non fa invece niente per invertire un processo che sta diventando irreversibile? C’è chi ha lavorato per farla diventare una categoria suicida, incapace di difendere se stessa, dividendola.
Per il momento hanno vinto loro.

Pubblicato da scrignodipandora

Osservare la realtà per raccontarla