Selene

DI GIOVANNI BOGANI

 

 

Dovevo nascere femmina, e dovevo chiamarmi Selene. Questo era il nome che tu amavi, un nome che nel 1963 doveva sembrare davvero un tuffo nel futuro. Selene, come la Luna. Come la Luna, che tutti rincorrevano, russi e americani, e nessuno aveva ancora sfiorato.

Perché Selene? Da dove ti veniva la passione per quel nome? E come te la immaginavi, Selene? C’entrava, quella corsa verso la Luna, quei razzi che partivano nello spazio, in quell’alba di anni ’60? Chiamarla Selene era un po’ come chiamarla Futura, nella canzone di Lucio Dalla. Chissà che bambina sarei stato. Non ci ho mai pensato, a dire il vero. Chissà se saremmo state amiche, complici, se ti avrei aiutata, se ti avrei capita. Tu, forse, a queste cose ci hai pensato. Chissà quante volte hai pensato a quella Selene, che ti immaginavi calma e docile, che non è arrivata più, che non è andata mai in orbita intorno alla Terra.

Volevi una femmina, in un mondo tutto di uomini: tuo padre, che ti aveva impedito di sposare il siciliano, tuo marito, sposo con la purezza d’animo di un bambino, tuo fratello, che si metteva sempre nei guai, che per tutta la vita si è messo nei guai. I tuoi capufficio, tutti uomini. E le tue amiche, così diverse. Con cui potevi sentirti forse libera di giocare. Forse volevi una figlia con cui parlare, con cui andare ai mercatini a comprare le bricciche, con cui sentirti meno sola. Forse avevi anche ragione.

Selene. Chissà che avresti pensato, vedendo che il nome di tua figlia ce l’aveva una pornostar. L’ho anche conosciuta. Luce è il suo vero nome. È bello anche Luce. Era una persona gentile, persino timida. L’ultima volta mi telefonò, stava andando in India, o in Nepal. Si era appassionata alle filosofie orientali.

Ha scritto un libro, una autobiografia: “Da bambina sognavo di volare”. Chissà se fossi nato Selene, tre anni prima di lei. Oggi sarei una sessantenne con un nome strano. Chissà a che età avrei dato il primo bacio, e a chi. Se sarei stata bella, con gli occhi chiari. E per chi il mio cuore avrebbe battuto all’impazzata. Chissà se avrei accettato di fare l’impiegata, come te, mamma, come avresti voluto anche per me. O se, trascinata da un ragazzo più grande, in quegli anni ’70 turbinosi di adolescenza inquieta e rivoluzione nelle classi, nelle strade, dappertutto, chissà in che modo avrei messo le ali. Se avrei provato a drogarmi, o in che modo avrei provato a volare.

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