Si sono spente le luci sulla #Mostra del cinema di Venezia. Un po’di considerazioni

DI GIOVANNI BOGANI

Stanotte è più che spettrale il Lido, il Lido senza la Mostra del cinema. Stanotte è una tomba vuota, è l’interno delle Piramidi. Il palazzo del cinema è recintato, chiuso come l’aeroporto di Kabul. L’Excelsior ha le luci accese, ma non c’è nemmeno il portiere dietro il bancone, nella hall. E naturalmente non c’è nessuno. Nessuno per la strada, a mezzanotte. Nessuno come in nessuna città del mondo. Perché c’è sempre qualcuno che cammina, un’auto che va veloce con la musica a palla, un gruppo di ragazzi che parlano a voce alta. Qui, in questo angolo di mondo, proprio quello dove arrivavano gli attori, no. Non c’è nessuno. All’imbarcadero, quello dove arrivavano tutti con le lance marroni, quelle dell’Excelsior, adesso ci sono solo le luci accese, ma nessuno deve arrivare.

È difficile dirlo a parole. Le luci di tutte le finestre sono spente. Chiuse le pizzerie, chiuso – dall’altra parte, su via Gallo – il chiosco dove gli studenti e gli extraparlamentari della critica trovavano rifugio.

Stamattina hanno anche portato via i blocchi di cemento dei posti di blocco, quelli che costringono le auto ad andare a zig zag, come nei posti a forte rischio di attentati terroristici. Per fortuna non ce ne sono stati, qui. Non ce ne sono stati in tutti gli anni in cui più li abbiamo temuti, quelli dopo l’Undici settembre – la Mostra si era conclusa il giorno prima, quell’anno. Non ci pensiamo mai, ma un evento importante come la Mostra del cinema di Venezia non è stato funestato, non è stato ferito da un episodio simile. L’amore per il cinema, con tutte le sue difficoltà nei paesi dove filmare di può fare finire in galera, l’amore per il cinema – dicevo – ha potuto declinarsi in tutte le sue forme, in discreta libertà.

Ci sono stati film che hanno raccontato le violenze del potere in mille angoli del mondo, film che hanno fatto vedere angoli del mondo dove la vita viene calpestata, violentata, massacrata quotidianamente. Li abbiamo potuti vedere, qualche volta è servito a innescare un dibattito, a cambiare le cose. Qualche altra no. Ma la Mostra ci ha portato, negli anni, grida e denunce, facce di dimenticati, di deboli, di sconfitti. E ci ha raccontato dolori, inquietudini, tormenti, ha rivelato mille modi in cui l’uomo è fragile. In uno di questi dolori, in una di queste malattie dell’anima, o di queste rese dei conti col destino, in una voce di questo infinito inventario di strappi dell’anima, ci siamo sicuramente anche noi.

E così, giro per il Lido deserto, il giorno dopo, perché ho avuto il privilegio di stare un giorno in più qui, e anche se questo silenzio fa paura, anche se mi sento finito in un non luogo, come un aeroporto di notte, come a Firenze nei giorni intorno Ferragosto, quando solo chi c’è stato sa cosa voglia dire soffocare, beh, cammino costeggiando l’Excelsior disabitato, guardo le recinzioni intorno al Palazzo del cinema e alla Mostra, al festival, a tutti i festival che mi hanno portato davanti agli occhi film e persone, ora che del festival custodisco, questa notte, il corpo senza vita, finché non rinascerà, come Nosferatu, fra 365 giorni – adesso al festival, e a tutti i festival che mi hanno fatto conoscere tanta parte del mondo che non vedrò, e tante persone reali che spero prima o poi di rivedere, mi viene da dire, in silenzio, da solo qui: grazie.
Grazie.
Grazie.

©® Copyright, foto di Giovanni Bogani

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