Un viaggio in compagnia di me stesso

DI GIOVANNI DE LUCIA

27 agosto
ho fatto un viaggio con l’unico passeggero che potevo portare, me stesso. Un’essere scomodo, scontroso, duro nei modi, troppo spesso spietato, praticamente un incubo.

Di cosa abbiamo disquisito? di un sogno che tempo fa passò sotto le imposte della mia vita e che per accoglierlo smontai tutti gli stipiti delle finestre, distrussi il portone, sciolsi la chiave, spalancai l’unico rifugio che avevo, il mio bunker dell’anima.

Tra un tornante ed un altro, con l’afa e torrenti improvvisi d’acqua e grandine, mentre camminavo veloce ai limiti dell’aderenza ed in senso opposto a colonne di vacanzieri tristi, il mio passeggero mi ha dato la più lapalissiana spiegazione di come i sogni sfumano nelle illusioni. Il mio è stato un scherzo del mare.

Un sogno che altro non era che il riverbero tra le onde di tutte le mie albe. Una luce scintillante capace di nascondere la linea dell’orizzonte. In quelle scaglie di luce riuscivo a confondere tutti i miei desideri esaltandone la grandezza, tanto da immaginare quel sogno come l’unica barca capace di sfidare le mie notti, capace di correre veloce tra le vene e le arterie del mio “non ci lasceremo mai” .

Ma il mare non può avere amori concorrenti, non ammette surrogati, il mare non concede colori alle pietre, il mare le confonde, le mischia, le sminuzza e per tanto, la mia ricerca spasmodica di due acquamarine altro non era che l’illusione di rinchiudere la mia anima in due pietre trasportabili, quasi talismani per le mie molte assenze e silenzi.

I sogni sono illusioni, miraggi, scherzi atroci costruiti come armature per difenderci da draghi ed incantesimi, praticamente per difenderci da noi stessi. Così, mentre sentivo la durezza del mio passeggero nel raccontarmi di quanto fossi un illuso, sentivo il diluvio e la grandine dentro i miei occhi, percepivo i rimpianti di tutti quei reduci che tornavano a casa incolonnati, immobili con i soli ricordi di come si era dipinta la vita in una breve vacanza.

La parola vacanza, secondo il mio passeggero, non esprime un concetto di benessere, di serenità, di trasgressione ma di mancanza, un concetto di modalità breve di fuga dalla realtà e dal quotidiano e quindi ancora illusione.

Ecco perché oggi è un giorno da bollino nero, muoiono i piccoli sogni, materializzandosi grandi illusioni. Tra una e l’altra imprecazione strascicata a denti stretti, cancellando quel che resta del mio sogno con l’acqua di quel diluvio e facendomi sentire quei chicchi di grandine dentro la testa, il mio passeggero mi ha imposto di tornare al mare con le unica cose che mi erano rimaste, un pennino ricurvo incrostato di salsedine, un calamaio di onice e qualche straccio di carta.

“Il mare sarà clemente per il tuo tradimento, ti abbraccerà ancora una volta. Il mare ha per te un regalo, il canto delle sirene” .

Queste sono state le ultime parole di quel mio insopportabile passeggero. Ero tornato davanti al mio bunker senza finestre e portone, senza più una chiave, ero tornato per scoperchiarlo definitivamente. Mai viaggiare con se stessi.

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