Un’auto a Tabriz

di  Paolo Massimo Rossi

Un’auto a Tabrìz
In una caldissima sera d’estate nella città persiana di Tabriz, diedi a taxista, nell’antico linguaggio Farsi, nome e indirizzo di Léon.
Léon, cuoco russo fuggito ragazzo dalla Georgia dei Soviet per approdare a Tabrìz.

Taxista disonesto mi giravoltò per itinerari di incombenti minacce e di buche allagate, proponendo una mèta sempre più in là. Considerai, allora, l’urgenza di procurarmi un’auto che, pur con apprensione e possibili dubbi, mi avrebbe consentito di percorrere strade di incerti e sconnessi andirivieni privi di toponomastica.

Mi recai ad acquistarla, dopo un giorno, da venditore dal mercanteggiamento levantino. Si presentò e disse il nome: Mohamar Aziz e, accogliendomi, s’informò, come da prassi, della mia salute:
“Al shomà kube, Aghà?(1)”
“Keilo kube! Mèrci (2)” risposi di rito.
Chiesi di un’auto.
Mi guardò e soppesò, sconsigliò Chevrolet, quasi arca di Noè inadatta alle mie esigenze, per proporre auto Diane francese.

Non ebbi che assentire dicendo: “Bale (3)”
Mi disse: “Sei mesi per averla.”
Risposi: “Impossibile.”
Ma Aziz, con studiata reticenza, mi disse che in luogo appartato e serale avrei trovato subito, congruo sovrapprezzo, il mezzo motore per le mie necessità viaggiatorie.

All’ora del tramonto, mi recai all’indirizzo più da intuire che precisamente identificabile.

Il quartiere prometteva concreta la presenza di un buio ostile, senza palesarne nitidamente i pericoli. Trovai il posto, anonimo e privo di insegne, entrai curvandomi sotto la serranda sospesa a metà della corsa e lì trovai l’ineffabile Aziz conosciuto al mattino.

Non mostrò segno di avermi già visto, io altrettanto.
Salutandomi s’informò della mia salute: “Al shomà kube, Aghà?”
“Keilo kube! Mèrci,” risposi.

Ascoltò attentamente le mie esigenze, sconsigliò Chevrolet e mi propose auto Diane color beige chiaro, immobile al centro del locale, appoggiata su tappeto Malayer moderno. Il prezzo: sei milioni di Rials (all’altro mercato cinque).
Contrattammo a lungo. Preparò un tchaì (4) alla menta, dalla tazza di vetro, versammo il liquido verde bollente nel piattino rosa trasparente ricamato in argento e dai bordi alti e ricurvi. Così raffreddato, bevemmo all’unisono il tchaì, tenendo schiacciato al palato una zolletta di zucchero.

Al termine del conforto si alzò per comunicare una momentanea sospensione della trattativa. Decidemmo di continuare l’indomani. Su un foglietto di carta scrisse, affinché ricordassi: فردا . Sonorizzando, rese chiaro: Fardà, domani.
Fardà tornai dopo le sei.
Mi chiese: “Al shomà kube, Aghà?”
“Keilo kube! Mèrci,” risposi.
Mi offrì il tchaì, parlammo del mondo, di Dio, della fede e, al riguardo, s’informò con educata cautela, se il Papa fosse il Re di Roma e, nel caso affermativo, se eletto dal popolo. Propendeva, ad ogni modo, per la benevolenza di Allah.

Chiese se avevo degli eredi, alla mia risposta di unico figlio, scosse la testa per sottolineare l’inaffidabilità delle donne: diverso sarebbe stato se avessi avuto almeno due mogli.
Infine, chiudemmo il contratto (cinque milioni e trecentomila Rials) con stretta di mano e doppio bacio di guance.

Mentre uscivo, con aria interrogativa e aggrottata mi chiese: “Aghà! Chi ti ha detto di questo posto?”
Poi, come dovuto, e senza attendere risposta, aggiunse: “Khoda hafiz, aghà (5).”
Risposi: “Allah Hafiz(6)”
E lui: “In šāʾ Allāh (7)”
“Khoda Hafiz” dissi uscendo.
(1) Stai bene, Signore?
(2) Benissimo, grazie
(3) Si
(4) Tè
(5) Arrivederci, Signore
(6) Col favore di Allah
(7) Solo Allah può sapere

(Nell’immagine: Foto di P. M. Rossi Periferia di Tabriz)

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