Uomini al buio

DI INES GUADAGNINI

 

L’ auto sale a velocità ridotta lungo il sentiero tutto curve che porta in alto, in mezzo ai boschi. Ai lati la vegetazione di noci, castagni, faggi è tanto fitta da sembrare impenetrabile. Da queste parti si sente forte il silenzio della natura; tutto è fermo, ma in modo innaturale, come a dire “ nessuno osi violare questo territorio “ se non è invitato.
Anche gli occupanti dell’ auto stanno in silenzio: tre di loro hanno il volto mascherato, solo gli occhi sono liberi di volgere lo sguardo ovunque, in una continua tensione che si stempera, però, nell’ esibizione reciproca di una grande padronanza di sè.

Il quarto passeggero no, lui non può guardare nè la strada, nè il paesaggio intorno: non deve poter fissare nella memoria, che so, un rudere abbandonato, un albero abbattuto o un avvallamento del terreno, nulla che possa poi consentirgli di ritornare lì.
Dopo aver lasciato la sua auto in una radura lontana dall’ ultimo paese, era stato bendato per essere accompagnato ad intervistare un pericoloso criminale. É un giornalista con molto coraggio e tanta voglia di verità e ha già incontrato alcuni personaggi della banda. Li ha intervistati grazie all’ aiuto di intermediari che si sono fidati di lui. Ha potuto così raccogliere molte testimonianze sui loro molteplici traffici illeciti e ne ha registrato le modalità di attuazione; ha visto l’ arroganza e la violenza che li anima nel loro procedere distruttivo, senza legge e senza paura. Ma non gli basta ancora.
Adesso sta per chiudere il cerchio: a breve infatti incontrerà lui, il killer, e sa che la partita si farà, inevitabilmente, più impegnativa e pericolosa.

Dopo circa due ore di viaggio, eccoli finalmente giunti a destinazione. La luce del pomeriggio illumina una scena fuori dal normale. I quattro scendono dall’ auto e il giornalista viene sbendato: ora può vedere, può guardarsi intorno. Ha il respiro un po’ affannato e i battiti del cuore accelerati. Alcuni alberi di mele selvatiche e altri arbusti qua e là coprono in parte la vista di un vecchio casolare. Lì c’è l’ uomo che deve incontrare, lo capisce subito. Fa un respiro profondo. E’ pronto.
“ Allora, siamo d’ accordo, nessuna domanda che non sia stata concordata, non fare movimenti strani, le mani sempre ben in vista, che come niente quello ti ammazza “ . E’ questa l’ ultima raccomandazione di uno degli uomini mascherati, forse il capo, prima di farlo entrare.
“ D’ accordo , d’ accordo, ho capito. Non preoccupatevi “ è la risposta.

Al di là della porta di ingresso, che si apre cigolando sui cardini arrugginiti, una grande stanza quasi vuota consegna allo sguardo un luogo disabitato, c’ è solo una sedia impagliata in un angolo, per terra alcune bottiglie vuote e pareti ammuffite lungo tutto il pavimento; una finestra si affaccia su di un prato rigoglioso di erba fresca, punteggiata da piccoli fiori bianchi e rosa. Due uomini mascherati restano di guardia sull’ uscio, il terzo accompagna il giornalista, percorrono un breve corridoio … ci siamo, pensa lui, ora lo vedrò.
Entrano in una seconda stanza: eccolo, è lì l’ uomo che tutti chiamano il killer, in piedi, immobile, massiccio. E’ mascherato come i suoi compagni, ma lo sguardo è diverso.

Due pupille nere, glaciali, minacciano l’ ospite, “ non fare scherzi “ sembrano dire, e mentre continua a tenere vicino a sè un’ arma pronta all’ uso, gli fa cenno di avvicinarsi.
L’ intervista ha inizio. Le domande scorrono via una dopo l’altra e le risposte sono secche, senza emozione nella voce, senza incertezze, ma soprattutto senza … riflessioni etiche, perchè sono le domande stesse a non suscitarle, “ pacta sunt servanda “ i patti vanno rispettati .
“ Lei che compito ha nell’ organizzazione ? “ chiede il giornalista
“ Io ho il compito di ammazzare la gente “
“ Potrebbe spiegarsi meglio…”
“ Quando c’è un lavoro da fare, quando c’è qualcuno da eliminare, chiamano me “
“ Lei di solito si informa sul perchè di quella richiesta ? “
“ No, a me non interessa il perchè. Loro mi chiamano, mi danno l’ ordine di uccidere e io eseguo. Finito. Uccidere è il mio lavoro”
Pausa. Si potrebbe sentire il loro respiro, poi arriva, improvvisa, un’ altra domanda.
“Lei ha figli ? “

“ Sì, ne ho due, un maschio e una femmina “ e solo in questa risposta il tono della voce è leggermente mutato.
“ Sanno del suo lavoro ? “
“ No, studiano ed è quello che devono fare. Non dovranno mai sapere che il loro padre è un killer. Io conduco una vita a parte, mi tengo lontano, non devono essere contaminati dalle mie scelte, perchè da questo cerchio, una volta entrati, si può solo uscire morti e i miei figli non devono entrarci mai”.
L’ intervista sta per volgere al termine, ora il killer sembra avere fretta, un richiamo ai compagni rimasti di là e si chiude.
Tutti risalgono velocemente in auto, devono ripartire prima che venga buio, è meglio evitare l’ uso dei fari.

Lungo la strada, il giornalista ripensa al killer e al mondo oscuro che aveva incontrato, mentre gli ritorna alla memoria una vecchia intervista fatta, molti anni prima, ad un malavitoso, appena uscito di prigione.
“ Lei ha famiglia, ha dei figli ? “ gli aveva chiesto
“ Ho una compagna, ma figli non ne ho “
“ Pensa di averne in futuro ? “
“ No. Non ne voglio avere e sa perchè dottore ? Perchè diventerebbero come me o peggio di me, e io questo non lo posso permettere “
Silenzio di entrambi, poi aveva continuato.

“ Ma si guardi intorno, dottore, qui c’è solo il nulla, qui non c’è speranza, mio figlio potrebbe solo diventare come me… In questa periferia il bello non può salvare il mondo, perchè qui di bello non c’è niente … creda a me, qui non ne nascono angioletti ! “
Sull’ onda di quel ricordo, con le braccia conserte, sballottato più del dovuto, bendato e stanco, il giornalista scivola in un sonno profondo, mentre percorre la strada che lo sta riportando alla sua auto.
Il mattino avrebbe fatto nascere in lui molte riflessioni sull’ esperienza fatta e sul significato di parole come crimine, crudeltà, responsabilità e disperata speranza.
Non restava che scegliere il titolo del reportage !

Racconto liberamente ispirato dalla fantasia dell’autore