Versailles illuminata

DI GIOVANNI BOGANI

 

Arrivavo tardi, in bicicletta o in motorino.

Veramente tardi, ma quando sei ragazzo non te ne accorgi. Dove andavo? Non ricordo più.

Non a bere, non ne ho mai avuto l’abitudine. Andavo a camminare con Anna Maria, su e giù per i Lungarni quando la andavo a prendere, alla fine del suo lavoro al ristorante. E finiva a mezzanotte, quindi era ovvio che facessimo tardi.

Arrivavo, alle quattro di mattina. E a duecento metri da casa la vedevo. Casa mia. Con tutte le luci accese. Come se ci fosse stata una festa. O un evento tragico.

Come se fosse stata la reggia di Versailles, tutte le finestre che davano sulla strada illuminate. Si vedeva, in tutta la città, solo casa mia. Si vedeva, in tutta la Terra, solo casa mia. Si vedeva, in tutta la galassia, solo casa mia.

Nel buio della città, la fiammata dei lampadari accesi da te.

Entravo e ti vedevo in piedi, in silenzio. A guardare fissa un punto, con uno sguardo che faceva paura. Mi prendeva tanta rabbia, perché ogni volta mi facevi sentire in colpa, e io non avevo fatto niente di male, non mi ero iniettato sostanze strane, non avevo rubato niente a nessuno.

Avevo portato in Vespa la ragazza che lavorava al ristorante fino a casa sua, ero rimasto a parlare sotto il suo portone, o magari ero salito su, avevo preso con lei una tisana, forse avevo fatto l’amore con lei. Poi ero tornato, come sempre. Non avevo rischiato la vita, avevo percorso le strade di questa città che graffio da sempre, dove non conosco nessuno e dove nessuno mi conosce.

Arrivavo e sembravi Cleopatra che si è appena fatta mordere dall’aspide, e aspetta la morte.

Avevi un modo di stare zitta e non guardare che gelava il sangue. Ma io, a vent’anni, mi ero fatto forte. Ti dicevo solo “Ma perché non dormi?” e non ingaggiavo lo scontro. Non c’era nulla da fare o da dire, tu ogni volta pensavi che dovessi essere morto e invece, vedi, mamma, non sono morto, non sono ancora morto.

Non ti dissi neanche quando, anni dopo, un venerdì 17 di novembre, sotto una pioggia tremenda, che non faceva vedere nulla, alle undici sera ad un incrocio un’auto mi prese veramente in pieno, la guidava un vecchio e non mi aveva visto, non frenò proprio, e io – con quel casco mezzo rotto che usavo sempre – vidi una cosa meravigliosa, mamma, una cosa che non ti puoi immaginare: gli alberi per un momento erano rovesciati, davvero rovesciati.

Ero in aria, le mani hanno lasciato le manopoline, io volavo, mamma, volavo, poi sono caduto sull’asfalto mentre la Vespa ringhiava a terra, lontano, col motore ancora acceso, con la schiena spezzata, lei. Non è più tornata quella di prima, ma non ti ho mai detto una parola.

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

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