Vicini di casa

DI ORNELLA SUCCO

Sono cresciuta in un quartiere operaio, in una casa costruita subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: cinque piani senza ascensore, termosifoni di ghisa grandi come un pianoforte verticale, bagno lungo e stretto nel quale la vasca era talmente appiccicata al lavabo che ci si poteva lavare la faccia sedendosi sul bordo della vasca stessa.

Comunque sia, avere la vasca da bagno in casa ed un grande boiler elettrico per poterla riempire di acqua calda era già un grande pregio di quell’appartamento che, tra i pregi, annoverava anche un “cucinino” talmente grande che, oltre al gas, al lavello e al frigorifero poteva comodamente ospitare un tavolo per quattro e le relative sedie.

Nel tinello attiguo c’era posto per una grande credenza, per un altro tavolo più grande con sei sedie, un divano ed anche per il mobile letto dove dormiva mio fratello; io invece dormivo nell’entrata che era un vano cieco ma di dimensioni pari se non superiori a una stanzetta per ragazzi del terzo millennio.

La camera da letto dei miei genitori, infine, era una di quelle stanze di cui oggi se ne farebbero due: cinque metri e mezzo di larghezza per quattro di profondità, cosicché tra il letto e l’armadio, che aveva un’anta centrale a specchio, c’era uno spazio enorme ed io ci andavo a giocare provandomi di nascosto le scarpe e i vestiti della mia mamma.

Di quegli anni e di quello stabile, però, la cosa che ricordo con maggiore rimpianto era la solidarietà e talvolta persino l’amicizia tra vicini di casa. Erano praticamente tutte famiglie di operai, per una buona metà piemontesi e per la rimanente metà provenienti da diverse parti d’Italia e da ondate successive di emigrazione: potrei dire, senza retorica, che nella mia scala erano rappresentate, emblematicamente, tanto le differenze profonde tra le diverse anime del Piemonte quanto l’unità d’Italia che aveva appena celebrato i suoi primi cento anni.

C’erano le coppie miste come quella del secondo piano, lei torinese e lui siciliano, o come quella del quarto, lei originaria di Alba, un po’ “paesana e chiacchierona” e lui di Napoli, gentiluomo riservatissimo e silenzioso.

C’erano i veneti di seconda generazione che parlavano torinese abitualmente e i pugliesi appena arrivati che faticavano ancora un po’ con l’Italiano ma si facevano capire benissimo e che si meritarono in pochi mesi il rispetto di tutti, compresi i vecchi immigrati sempre pronti a dire che “quando siamo arrivati noi la vita era molto più dura”.

Sì perché gli ultimi arrivati quasi sempre andavano a lavorare alla Fiat Mirafiori che i vecchi operai del quartiere dipingevano come un luogo senz’anima in cui regnava sovrana solo la catena di montaggio.

All’ultimo piano abitava una signora ultraottantenne con una figlia nubile che faceva la ricamatrice e, per arrotondare le entrate, affittavano la stanza da letto e l’uso del bagno a un “pensionante” che, visto che la nostra casa guardava praticamente dentro al deposito dei tram, era quasi sempre un tranviere appena assunto.

Nel corso degli anni, man mano che iniziavano a guadagnare un po’ di più, un pensionante lasciava il posto ad un altro ma l’unico ricordo che ho di loro è che nella nostra scala si incontrava sempre qualcuno vestito da tranviere che scendeva giù a rotta di collo dal quinto piano …

Come ho già detto tra le famiglie c’era molta solidarietà, nel quartiere la maggior parte delle persone lavorava alla Lancia, ma erano in molti anche gli operai che lavoravano in una delle innumerevoli “boite” del cosiddetto “indotto”, piccole officine con cinque o sei dipendenti sparse nel reticolo di vie del vecchio borgo dove persino i bordi dei marciapiedi assumevano i riflessi rossastri della ruggine dovuta alla presenza abbondante di limatura di ferro.

Le mamme a quei tempi erano quasi tutte casalinghe il che vuol dire che il loro lavoro non finiva praticamente mai: portare i bambini a scuola, fare la spesa, cucinare, lavare, stirare, smacchiare la tuta da operaio del marito e dei figli più grandi, preparare i baracchini, occuparsi di tutto il lato amministrativo dal pagamento delle bollette a quello dell’affitto.

Mia madre, che aveva alle spalle trent’anni di lavoro in fabbrica, prima alla Venchi Unica e poi alla Wamar, sosteneva che comunque fare la casalinga era meno faticoso ma questo lo disse solo dopo essere riuscita a risparmiare abbastanza per comprarsi la prima lavatrice.

Di aneddoti sulle cose imparate dai diversi vicini di casa potrei raccontarne tantissimi ma oggi preferisco concentrarmi su di un’amicizia inattesa che, dopo la morte di mio padre, illuminò per molti anni la vita della mia mamma.

Era la fine degli anni ’70 quando i nostri vicini di pianerottolo, pugliesi di seconda generazione con due figli ancora piccoli, riuscirono ad acquistarsi una casetta con giardino in un paese della prima cintura e salutarono con affetto la mia mamma che era rimasta vedova da pochi mesi.

Al loro posto, in un appartamento del tutto simile al nostro, venne ad abitare la signora Elena; anche lei era vedova ed era ormai sola anche se aveva messo al mondo sette figli dei quali una era rimasta a vivere a Taranto, sua città natale, quattro erano emigrati a Torino e due vivevano da anni in Svezia dove avevano aperto un’officina di riparazioni per automobili.

La signora Elena e mia madre simpatizzarono subito e facevano lunghe chiacchierate, voi penserete che non ci fosse nulla di strano, beh lo strano era che nessuna delle due parlava abitualmente in Italiano.

La signora Elena parlava in dialetto tarantino e mia madre in torinese , all’Italiano ricorrevano solo in casi estremi per “tradurre” un termine troppo particolare per essere compreso a intuito nel corso della conversazione.

Tutti i giorni si davano appuntamento subito dopo pranzo per prendere il caffè insieme e avevano anche l’abitudine di guardare insieme alcuni programmi di prima serata alla televisione come i quiz di Mike Bongiorno o alcuni “sceneggiati” televisivi.

Tutti i giovedì mia madre preparava gli gnocchi di patate al ragù e verso le 12,15 suonava il campanello della signora Elena per passarle un piatto di gnocchi fumanti già conditi e pronti per essere mangiati.

Tutti i sabati la signora Elena preparava le orecchiette e suonava il campanello di mia madre per passarle un piatto di orecchiette fumanti condite con le diverse opportunità che la stagione concedeva: cime di rapa ma anche broccoli, salsiccia e altro.

A conoscenza di quella loro abitudine chiesi a mia madre perché non mangiassero pranzo insieme e lei mi disse che “la signora Elena ha problemi con i denti e si vergogna a mangiare in compagnia, allora non voglio metterla in imbarazzo: ci troviamo dopo pranzo per il caffè”.

Purtroppo, nel corso dei successivi venti anni di vicinato, la signora Elena vide morire in successione tre dei quattro figli che aveva deciso di seguire a Torino, uno per un’emorragia interna improvvisa e fatale, due per un cancro incurabile.

A quel punto, ormai ultraottantenne e con problemi di salute sempre più pesanti, accettò a malincuore l’invito del figlio terzogenito che da molti anni si era trasferito in Svezia e andò a trascorrere gli ultimi anni della sua vita ospite di quel figlio e della nuora svedese che si era resa subito disponibile ad ospitarla.

Il giorno in cui partì, con le cose più care racchiuse in due bauli e l’emozione di dover salire su di un aereo per la prima volta, lei e mia madre si abbracciarono piangendo, ben consapevoli che quello era un addio.

Pubblicato da scrignodipandora

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