Eleutheria, la libertà

DI MARINA AGOSTINACCHIO

Schiavo, Liberto, Libero.
Tutti noi aspiriamo alla Libertà.Già dai nostri esordi sul pianeta terra, dal momento in cui, reciso il cordone ombelicale, diveniamo,agli occhi del mondo, individualità distinte da quella materna, incominciamo ad esprimere, come spinti da un impulso automatico, il nostro esserci con atti di diniego verso i precetti genitoriali.

Esprimiamo il gusto della protesta con movimenti ritmici, della testa che oscilla in smisurati crescendo, con lallazioni in tonalità gradatamente maggiori che possono giungere a veri e propri urli.

Questo stadio primordiale di volontà di libertà ci dovrebbe portare, crescendo, a interpretare secondo una chiave di lettura superiore, il significato e il senso del vocabolo, per coglierne il potenziale di bellezza e pienezza, la “carica esplosiva” che ci rende veri uomini.

Leggo così l’origine della parola Vero, Verità, per meglio comprendere la parola Libertà. Trovo che verità vuole dire “degno di fede, non mentito, non artificioso, sincero. Ma anche verità, dal sanscrito- il ramo più orientale delle lingue indoeuropee, indo-arie- “varami” che significa «scelgo, voglio».

E ancora Verità, nelle lingue nordiche, come realtà,-vrtta = fatto, accadimento.
Tutto questo rincorrersi di parole e di significati che si susseguono per esprimere il concetto di libertà, mi suggerisce una riflessione: libertà non è un pensiero astratto; la parola libertà s’incarna in una realtà composta da eventi, azioni concrete, richiede conoscenza di sé dentro il respiro dell’altro, dal momento che dal provenzale al francese, dal tedesco allo slavo, diventa “credere, scegliere” e, inoltre, in un contesto allargato, vuole anche dire non mentito, sincero.

Quindi penso a una libertà che si sviluppa in un rapporto che non è più solo uno con se stesso, ma di uno più uno all’infinito, dal momento che mi si richiede di essere franco, sincero, onesto, non mentitore verso qualcuno distinto da me.

Col tempo si è smarrita l’origine del vocabolo protagonista di questa riflessione. Forse perché non siamo più capaci di “vivere” le parole come nascenti da azioni concrete, parole che nominano, che derivano e non generano.

Leggo ancora, Libertas, in latino, eleuthería in greco. E poi, (e)leudhero, di radice indoeuropea, è «colui che può e che ha il diritto di appartenere a un popolo».

Da Leudho, popolo, gente a (e)leudhero appartenenza a una razza etnica, lo stato di uomo libero e quindi colui che può crescere, svilupparsi, compiendo una scelta che porta a sentirsi parte di una comunità e che si pone a servizio di una comunità: lo Stato, la famiglia,il gruppo di lavoro, gli amici…

Chissà se in questo “tempo virale” riusciamo a riflettere su noi, sugli altri e su cosa comporta agire insieme.

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Pubblicato da scrignodipandora

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