Giornalismo e gogna mediatica: il caso dei presunti maltrattamenti a scuola

di Vittorio Lodo D’Oria

Pochi giorni fa, un’affermazione di Vittorio Feltri sul quotidiano da lui diretto mi è davvero dispiaciuta. Nell’articolo di fondo su Libero dell’8 dicembre scorso dal titolo “Anche i vecchi andrebbero protetti come le donne”, il noto giornalista scrive: Farei notare che molte maestre d’asilo sfogano la propria frustrazione sui piccini affidati loro. Li picchiano, li castigano con sadismo…”. È evidente il riferimento ai molti procedimenti penali a carico di insegnanti indagate per Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS).

In realtà Feltri non è il primo giornalista famoso a sparare contro le docenti incappate nelle maglie della giustizia per lo stesso motivo. Il 29.01.20 fu Maurizio Costanzo a inveire – in modo tutt’altro che simpatico – dal programma radiofonico “Strada facendo” su Isoradio, all’indirizzo delle maestre indagate. Il tutto a prescindere da un’eventuale colpevolezza ancora tutta da provare.

Condannare chi deve ancora sottoporsi a un giusto processo equivale ad agire alla stregua di un pericoloso tribunale del popolo e soprattutto a negare la presunzione d’innocenza di cui tutti fruiamo in attesa di verdetto definitivo. Talvolta le sentenze (sommarie e non) possono uccidere, come ci ricordano il caso Tortora e le morti precoci di numerose maestre indagate, poi risultate innocenti a dispetto dei crucifige popolari. Desidero pertanto qui richiamare solo cinque punti di riflessione, per portare luce su un fenomeno che, pur non essendo affatto conosciuto, alimenta il più bieco giustizialismo nelle persone nonché nei giornalisti.

  1. Il fenomeno dei PMS ha luogo nella sola Italia mentre non esiste negli altri Paesi. Come spiegare questa anomalia? Non certamente attraverso il fatto che le maestre italiane sono le uniche a possedere nei loro cromosomi i geni che codificano un’indole violenta. Basterebbe questo solo primo punto per intuire che qualcosa non quadra. Nonostante ciò, la cronaca ha visto aumentare il fenomeno di ben 14 volte in soli sette anni (2014-19), prima che arrivassero DAD e lockdown a portare una fragile tregua.
  2. Negli altri Paesi, i genitori che vogliono fare rimostranze, o denunce per PMS, possono rivolgersi esclusivamente al dirigente scolastico. Qualora qualcuno di loro avesse la “malaugurata” idea di correre a lamentarsi dalle Forze dell’Ordine, verrebbe coerentemente reindirizzato dal preside della scuola di appartenenza. Tale procedimento è oltremodo corretto poiché il Capo d’Istituto, a differenza delle Forze dell’Ordine oggi impegnate a perseguire i PMS (Carabinieri, Polizia, Vigilanza Urbana, Guardia di Finanza, Polizia Postale), possiede il giusto know-how (educativo, formativo, pedagogico e gestionale), oltre a essere il solo a poter intervenire tempestivamente con i mezzi a sua disposizione (vigilanza, controllo, affiancamento, sanzione, sospensione, visita ispettiva, accertamento medico d’ufficio).
  3. In Italia, invece, si permette di cortocircuitare impunemente il preside consentendo all’Autorità Giudiziaria di fare irruzione a scuola e svolgere un’indagine professionale con inquirenti non-addetti-ai-lavori (quindi totalmente ignari in materia di educazione, insegnamento, pedagogia, sostegno etc), muniti di telecamere nascoste per audiovideointercettazioni (AVI), solitamente riservate a reati gravi quali smercio di droga, mafia, spionaggio, malavita etc. Inutile dire che tali indagini, oltre a piallare ogni diritto alla Privacy, peraltro ribadito anche all’art. 4 dallo Statuto dei Lavoratori, costano uno sproposito all’erario pubblico e congestionano il sistema giudiziario. Se dunque condannare innocenti in passato riusciva solo agli astuti cardinal Richelieu di turno (“…datemi sei frasi scritte del più innocente tra gli uomini e io vi troverò un motivo per impiccarlo…”), l’impresa diviene oggi alla portata di tutti poiché si dispone di centinaia di ore di AVI riprese di nascosto. Non è un caso se anche l’ex PM Gherardo Colombo (in una intervista su Il Dubbio del 26.06.19) ha riconosciuto che le indagini per PMS “privilegiano la ricerca della prova invece di tendere alla prevenzione del reato”.
  4. Sacrificando inauditamente la tempestività che è richiesta da un qualsivoglia caso di PMS a immediata tutela dei bimbi (che può essere però garantita dal solo dirigente scolastico), si avviano interminabili e costosissime indagini con AVI per centinaia di ore (pesca a strascico) e senza alcun contingentamento dei tempi di intercettazione. Intervengono poi i tecnici a estrapolare i “progressivi” (filmati) che ritengono più significativi (mediamente lo 0,1% delle AVI totali) ricorrendo a estrapolazione, selezione avversa, decontestualizzazione, drammatizzazione della trascrizione per confezionare un trailer – da horror – che non rispecchia la realtà complessiva. Nonostante l’enunciato della Cassazione (“In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato e avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza…” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96), i giudici non vedranno mai per intero le centinaia di ore di AVI ma si limiteranno a esaminare i trailer proposti dagli inquirenti non considerando minimamente il 99,9% dei filmati che, non essendo stato contestato, è professionalmente congruo. E dopo tanto dispendio di soldi pubblici e risorse umane, talvolta la montagna partorisce il topolino (“I reati non integrano la soglia del penalmente rilevante ma esauriscono al massimo la loro censurabilità con una sanzione disciplinare o in ambito civilistico”). Se poi consideriamo la gravità dei PMS possiamo concludere che la stessa appare nei fatti quanto mai evanescente. In nessuno dei procedimenti penali in esame si è mai osservata alcun tipo di lesione grave. Queste invece avvengono unicamente nei casi di maltrattamenti in famiglia. Contrariamente a quanto siamo portati a credere, possiamo affermare che non vi è alcun posto più sicuro della scuola per garantire l’incolumità a un bambino. L’intervento delle FFOO avviene con l’arresto in flagranza di reato solo nel 4% dei casi a sottolineare che la gravità dei fatti è del tutto discutibile.
  5. Sappiamo inoltre che nell’ambito dei metodi correttivi si conosce la sola lista nera, quella cioè che elenca i metodi non consentiti, ma non è nota la lista bianca. Anche la suprema Corte non è stata in grado di indicare esattamente che cosa costituisca mezzo lecito di correzione. Ha infatti parlato di liceità «dei tradizionali mezzi di correzione» (Sez. VI, 16 febbraio 1983, Mancuso, in Cass. pen., 1984, p. 508, n. 362), senza però specificare quali essi siano, oppure ha optato per la definizione casistica, elencando una serie di strumenti disciplinari definiti illeciti per loro natura o per potenzialità di danno (frustate, punizioni umilianti e degradanti, colpi inferti con una cinghia di cuoio) (Sez. V, 9 maggio 1986, Giorgini, in Cass. pen.  1987, p. 1095, n. 855).

Il discorso è ancora lungo (gogna mediatica, reato di “violenza assistita”, gratuito patrocinio, costituzione di parte civile di genitori, comuni, dirigenti, associazioni etc) ma per gli approfondimenti si rimanda alla pubblicazione su Persona e danno stilata per illustrare il fenomeno con le sue storture (prima fra tutte quella di essere l’unico Paese in cui questo obbrobrio si verifica) e soprattutto per le facili soluzioni – finora colpevolmente inesplorate da politica, istituzioni, sindacati,- che consistono nel restituire ai dirigenti scolastici il compito esclusivo di dirimere e gestire situazioni di PMS. Autorità Giudiziaria, Forze dell’Ordine, giudici e avvocati potranno finalmente occuparsi di cose più urgenti che davvero non mancano nella società attuale.

A oggi seguo 80 maestre che sono incappate in procedimenti giudiziari per PMS. Da qui traggo l’enorme esperienza sull’argomento che metto volentieri a disposizione di chiunque si trovasse in analoghe disavventure giudiziarie e mi può contattare scrivendomi a dolovitto@gmail.com.

Desidero dedicare questo mio impegno a tre maestre che hanno egregiamente svolto la loro professione a Strona (BI), Reggio Emilia e Messina. Oggi non sono più tra noi perché hanno sviluppato un tumore in seguito a vicende giudiziarie per PMS e sono mancate prima di essere dichiarate innocenti. Non dimentico infine coloro che hanno posto fine alla loro vita e coloro che ci hanno provato. (FONTE: LabParlamento.it)

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