L’ulivo e la vite

DI ANTONIO MARTONE

Ho lavorato 25 anni in campagna e ancora adesso, quando gli impegni me lo consentono, torno a visitare la vite e l’ulivo.

Da piccolo, avrò avuto intorno ai dieci anni, mio padre mi prometteva qualche spicciolo per ogni paniere di ulive che avessi raccolto.

Ed io a novembre, a dicembre o a gennaio, nei fine settimana, quando non andavo a scuola, o di pomeriggio, spesso col nevischio o nel vento gelato, infilavo le mie dita nel terreno ghiacciato – dove le ulive erano state seppellite dalla pioggia – fino a quando, intirizzite, ero costretto a trattenerle per qualche minuto nella manica del maglione per poterle muovere di nuovo.

Più grande, ho fatto tutti i lavori che occorrevano per produrre l’uva. Nelle vendemmie, trasportavo con ogni mezzo, e spesso a mano – allora l’agricoltura era molto meno meccanizzata di adesso -, centinaia di quintali di uva sopra i camion di coloro che la compravano. I miei muscoli non me li sono fatti in palestra ma in campagna.

In questo scenario di amore per la terra, ma anche di profondo rispetto per l’asprezza che dalla terra si effonde, l’ulivo e la vite per me sono sempre stati monumenti giganteschi.

L’amore per questi due entità naturali, per i loro colori e per le splendide vallate e colline che sono capaci di delineare davanti allo sguardo, m’è rimasto addosso e direi che morirà insieme a me.

L’ulivo non è bello né particolarmente elegante. Le rughe sono spesso profonde e le foglie argentate poco appariscenti.
Eppure, il suo tronco vince i secoli e si oppone con successo a tutte le intemperie.

Non cadono mai le sue foglie, e i fiori, piccoli e modesti, producono un frutto altrettanto piccolo e modesto ma capace di donare un succo denso e quasi “solido”. L’ulivo è la dimostrazione più evidente che la sostanza non ha bisogno d’essere appariscente, e che spesso anzi questa le è nemica.

L’ulivo è la terra diventata albero! La sua corteccia somiglia alla terra e della terra l’ulivo ha la forza paziente e l’infinita adattabilità.

L’ulivo si presenta spesso intrecciato alla vite. Quest’ultima, arbusto mediterraneo quanto l’albero d’ulivo, è molto diversa e, sotto molti aspetti, ne rappresenta il contraltare assoluto. Mentre l’ulivo è paziente, resistente, forte ed estremamente longevo, la vite ha un’esistenza breve e assai fragile.

Non è un caso, infatti, che la vite si intrecci proprio intorno all’ulivo ed è ad esso che chiede il sostegno per tenersi in piedi. L’ulivo ha un tronco tormentato ma massiccio, la vite ha un fusto esile e tende a cadere se non trova un appoggio.

I suoi tralci, germogliati in primavera, tenerissimi e verdi, non conoscono alcun inverno, mentre l’ulivo è carico di inverni e ne porta il segno distruttore sul tronco martoriato. Per questo, i tralci cercano spesso la compagnia dell’ulivo, gli si attaccano al corpo, comprendendone la forza antica.

L’ulivo è un sempreverde e i suoi frutti hanno bisogno di attraversare tre stagioni (primavera, estate, autunno), per giungere a maturazione; la vite invece già a settembre produce frutti dolcissimi.

Il frutto dell’ulivo, l’olio, nella sua materiale densità, si appesantisce attratto dalla terra che lo ha prodotto; lo zucchero dell’uva invece, dopo un’inebriante fermentazione, produce una bevanda, il vino, che va verso l’alto e arreca un’euforia – appunto, dionisiaca –, capace di far dimenticare la terra.

L’uno l’opposto dell’altro.
L’uno fratello e complementare all’altro. Entrambi, miei amici di sempre.

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Pubblicato da scrignodipandora

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